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CLUB ANDARE IN GIRO

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" Il viaggio nel tempo in letteratura" di Gianfranco de Turris

Pubblicato da oleg su 13 Aprile 2012, 13:21pm

Tags: #I Nostri Speciali

http://www.centrostudilaruna.it/wp-content/uploads/Steampunk-rinf-300x300.jpgPiù veloce della luce! Con questa esclamazione Superman si lanciava, ma invece di attraversare lo spazio attraversava il tempo: gli anni gli sfrecciavano accanto come cerchi concentrici e passando in un gorgo si trovava nell’anno del futuro in cui doveva salvare l’umanità. Ma lui era un kryptoniano dagli straordinatori poteri, però a livello popolare raffigurava un ancestrale desiderio, quello di tentare di conoscere gli eventi che ci attendono domani. Ma quando non c’era la teoria della relatività, secondo cui i viaggi nel tempo sono impossibili, con cui confrontarsi come ci si comportava?

Quando gli scrittori del ’700 e dell’800 dovevano immaginare un futuro e descriverlo con intenti utopici o antiutopici, cioè raccontando di una società perfetta da imitare o di una società imperfetta da evitare, non potevano far altro che ricorrere al sonno: personaggi che si addormentano per cause naturali o artificiali, quindi una animazione sospesa, per poi risvegliarsi nel futuro. Ce li hanno descritti il francese Louis Sébastien Mercier in L’an 2440, reve s’il en fut jamais (1772), l’americano Washington Irving in Rip van Winkle (1819), mentre il toscano Narciso Feliciano Pelosini con Maestro Domenico (1871) scrisse una fiaba antirisorgimentale (un suddito del Granducato si addormenta e si sveglia in un Regno d’Italia per lui da incubo…). Ma ci sono anche l’inglese H.G. Wells con Quando il dormiente si sveglierà (1899) e il nostro Emilio Salgari con Le meraviglie del duemila (1907). Naturalmente si può andare nel futuro anche ipnotizzati o meglio mesmerizzati (Uno sguardo dal 2000 di Edward Bellamy, 1888) o sognando (Sette giorni a Nuova Creta di Robert Graves, 1949).

Tutti mezzi diciamo così «naturali» e accettati, sino a quando non giunse proprio quel Wells che aveva utilizzato l’animazione sospesa e che pochi anni prima del romanzo citato aveva avuto un’idea grandiosa: spostarsi nel tempo, o meglio nel futuro, usando un marchingegno, proprio una «macchina del tempo». E appunto The Time Machine (1895) fu il suo scientific romance che aprì una nuova via alla narrativa che poi si chiamò science fiction (1929) e da noi fantascienza (1952).

Trascorsa l’età pioneristica della fantascienza, gli scrittori capirono che viaggiare nel tempo poteva produrre paradossi di ogni tipo. Uno dei primi che applicò l’idea che viaggiando alla velocità della luce il tempo rallentava fu L. Ron Hubbard, poi noto per aver fondato prima la Dianetica e poi la Scientologia, con Ritorno al passato (1950), dove gli astronauti restano giovani e la Terra su cui tornano è molto invecchiata. Ma la questione fondamentale era: andando nel futuro si può cambiare il passato? E andando nel futuro non potrebbe succedere qualcosa per cui noi stessi non saremmo mai esistiti? A evitare questi paradossi gli autori di fantascienza si inventarono la «polizia temporale» che con i suoi interventi nel passato e nel futuro cerca di evitare che si possano produrre mutamenti catastrofici nella Storia. Tra le migliori serie di questo genere, di certo le storie di H. Beam Piper con la sua Polizia Paratemporale e di Poul Anderson con la sua Pattuglia del Tempo, ma anche altre grandi firme si sono cimentati con il tema: da Jack Williamson con La Legione del Tempo (1938) a Isaac Asimov con La fine dell’eternità (1955).

Poter conoscere quel che avverrà, è sempre stato il sogno dell’uomo, prima attraverso gli dèi poi la scienza (e la fantascienza): magari per evitare gli sbagli del passato. Ma come racconta P.D. Ouspenskij nel romanzo La strana vita di Ivan Osokin (1947), proprio aver visto il futuro ci impedisce di evitare gli errori della vita precedente, sicché essa, nonostante tutti i nostri sforzi sarà sempre la medesima. ( Fonte: Centro Studi La Runa [scheda fonte])

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