Sabato 5 Settembre, il Ceresio non perdona chi ha fretta: Villa Fogazzaro-Roi e il Borgo di Gandria
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Ci sono giorni che non si pianificano davvero. Li lasci accadere. Questo è uno di quelli.
Sul pullman dalla Bassa, con il sole che ancora non ha deciso cosa fare.
Fuori dal finestrino la Pianura Padana scorre piatta e anonima — capannoni, svincoli, rotatorie — e per un momento ci si chiede se stiamo davvero andando nel posto giusto. Poi la strada comincia a salire, la pianura scompare, e il mondo diventa improvvisamente verticale. Roccia, bosco, qualche cascata tra i massi. Il lago di Lugano appare all'improvviso, senza preavviso, come fanno le cose belle quando non te le aspetti più.
La strada verso Oria — quando il viaggio è già la meta
Il pullman percorre la sponda italiana del Ceresio con quella lentezza nobile che certi mezzi sanno avere quando la strada lo impone. I tornanti si aprono su scorci che durano il tempo di un respiro prima di sparire dietro la curva successiva. Si smette di guardare i telefoni. C'è qualcosa fuori dal finestrino che vale più di qualsiasi schermo.
Oria è un borgo che non si annuncia. Arriva e basta — qualche tetto, un campanile, i viottoli che salgono tra i muri di pietra come se non avessero mai sentito parlare del Novecento. Si scende con la sensazione precisa di aver attraversato non solo una frontiera geografica, ma una temporale.
Villa Fogazzaro Roi — una casa che respira ancora
Due minuti a piedi dal punto di sosta del pullman, e già si comprende che questo posto è diverso.
Non è la bellezza della Villa a colpire per prima — anche se è innegabile, con quei muri color del tempo e il giardino che scende verso il lago come se stesse cercando l'acqua da secoli. E' il silenzio. Un silenzio pieno, denso, del tipo che si trova solo nelle case che hanno ospitato molte vite e le hanno assorbite una ad una, senza fretta, nei muri, nei pavimenti, negli oggetti.
Antonio Fogazzaro trascorse qui le estati più fertili della sua vita. Da queste stanze, da questa luce sul Ceresio, scrisse Piccolo mondo antico — il romanzo che meglio lo rappresenta e che meglio rappresenta questo angolo di Lombardia. Camminare tra le stanze della Villa dopo aver letto quelle pagine è un'esperienza che confonde i piani nel modo migliore possibile: non si è in grado di comprendere se si sta visitando la casa o si sta entrando nel libro.
La guida ci accompagna con quella rara naturalezza di chi racconta qualcosa che sente davvero suo. Niente recita imparata a memoria, niente tono da museo. Storie, dettagli, piccole verità domestiche che rendono un posto vivo invece di imbalsamato.
Nello studio, sul legno dei cassetti dello scrittoio, ci sono annotazioni autografe di Fogazzaro — date, frammenti, pensieri graffiti direttamente nel legno come su un taccuino di fortuna, perché il pensiero non aspetta e la carta non era sempre a portata di mano. C'è qualcosa di profondamente umano in quel gesto: lo scrittore che lascia un segno sul mobile come un marinaio incide il proprio nome sullo scafo. Una firma che non era destinata a nessuno, e che dice più di qualsiasi lettera.
Il Salone Siberia — così soprannominato perché d'inverno era impossibile riscaldarlo, con quella loggia spalancata sul lago — custodisce il pezzo più prezioso della casa: il terrazzino affacciato sul Ceresio. Fogazzaro lo chiamava la poesia lirica della casa.
Nel giardino pensile, il profumo dell'olea fragrans si intercetta prima che la si veda. Le rose crescono ovunque, con quella libertà disordinata che è più elegante di qualsiasi giardino all'italiana. In basso, nascosta tra i rami, la darsena privata. L'acqua che batte piano sulla pietra antica.
Chi ha letto il romanzo sa cosa è successo lì. Chi non l'ha letto tornerà a casa con una voglia urgente di aprirlo.
Il pullman riparte — e il Lago cambia faccia
Il pomeriggio riparte sulle curve della strada che costeggia il Ceresio verso il confine svizzero. Dal finestrino il Lago appare e scompare tra i tornanti, ogni volta diverso — più azzurro, più profondo. La luce di settembre sui monti ha già quella qualità ambrata e malinconica che è il privilegio esclusivo della fine estate: non ancora autunno, non più estate, qualcosa di irripetibile nel mezzo.
Il pullman termina la sua corsa Caprino, sul lato svizzero. Da lì, Gandria è a pochi passi. O meglio — Gandria è un mondo a parte, e quei pochi passi valgono anni.
Gandria — dove le macchine non hanno mai osato entrare
Non esistono strade carrozzabili che portino a Gandria. Non ci sono semafori, non ci sono parcheggi, non c'è niente di tutto quello a cui siamo abituati a pensare quando immaginiamo un borgo. Ci sono vicoli lastricati che salgono e scendono seguendo logiche proprie, case color pastello addossate l'una all'altra come per scaldarsi, finestre che si aprono direttamente sull'acqua, scale di pietra che portano in riva al lago senza passare per nessuna strada.
Si cammina senza mappa. A Gandria è l'unico approccio possibile — e anche il migliore. I vicoli portano dove vogliono loro, ed è giusto così. Ci si ritrova su terrazze affacciate sul Ceresio, in angoli ombrosi che sembrano tenuti nascosti apposta per chi arriva senza fretta, davanti a portoni di legno antico da cui escono odori di cucina e voci sommesse in dialetto ticinese.
Gandria non ha niente da dimostrare. Esiste da secoli esattamente così, e non ha mai sentito il bisogno di cambiare per compiacere nessuno. In un sabato di inizio settembre — con l'estate che comincia a togliersi i sandali e a prepararsi per qualcosa di più serio — questo borgo sul confine ha quella luce speciale che i posti belli riservano a chi li visita fuori stagione, quando la folla si è diradata e il silenzio è tornato a essere il padrone di casa.
E poi la meraviglia del Sentiero dell'Olivo — tre chilometri e mezzo tra ulivi centenari che costeggiano il lago in direzione Castagnola, con il Ceresio sempre alla destra e i monti svizzeri sempre davanti. A settembre le foglie degli ulivi hanno quel colore argento-verde che la calura estiva non permette, e l'aria fresca della sera comincia a scendere dai monti mentre si cammina … si cammina lentamente, ci si ferma spesso … estasiati.
Il sole comincia la sua discesa verso i monti dall'altra sponda con quella lentezza solenne che a settembre diventa quasi teatrale. Il Ceresio diventa arancio, poi rosa, poi un colore che non ha un nome preciso nei cataloghi cromatici ma che chiunque lo abbia visto riconosce immediatamente come qualcosa di irripetibile.
Sul pullman del ritorno
Si risale sul pullman quando le luci di Gandria iniziano ad accendersi una ad una, timide e calde come candele. La strada del ritorno percorre il Lago al contrario — gli stessi tornanti, gli stessi scorci, la stessa roccia e lo stesso bosco — ma tutto sembra diverso. Non è cambiato il paesaggio. Siamo cambiati noi, in quella piccola misura impercettibile con cui cambiano le persone dopo una giornata vissuta davvero.
Una giornata che attraversa due paesi, due borghi separati da un confine nazionale, due secoli di storia, un romanzo tra i più belli della letteratura italiana e un tramonto di settembre sul Ceresio da non descrivere ulteriormente, perché certe cose perdono ogni volta che le si mette in parole.
Il Ceresio tiene tutto insieme. I confini qui sono formalità — l'acqua non li conosce, i monti non li rispettano, e i borghi che ci vivono intorno li hanno sempre ignorati con quella eleganza silenziosa che è il privilegio dei posti che sanno di essere speciali senza doverlo dire a nessuno.
Torneremo, non si sa quando … ma torneremo.
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