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La laguna di Caorle appare sempre all’improvviso, come una pagina che il vento sfoglia senza far rumore. Il battello scivola sull’acqua bassa, e subito si avverte quella strana sensazione che Ernest Hemingway aveva intuito prima di chiunque altro: qui il tempo non procede, galleggia. Rimane sospeso tra un respiro e l’altro, tra la luce e la nebbia sottile che si alza dalle barene.
Si racconta che, negli anni Cinquanta, lo scrittore americano restasse per ore immobile sulla prua di una piccola barca, con il volto lievemente inclinato come quando ascoltava una storia che lo interessava davvero. Non cercava soltanto paesaggi: cercava luoghi che avessero un’anima.
E la laguna gliene offrì una immensa, muta e antichissima.
Nelle pagine di Di là dal fiume e tra gli alberi c’è proprio questo silenzio: un mondo a metà, in cui la terra non è ancora del tutto terra e il cielo non è ancora del tutto cielo. Navigando tra i canali, pare di vedere ciò che vide lui: i casoni dei pescatori con i tetti di canna, le reti stese ad asciugare come bandiere, e quelle ombre scure che diventano improvvisamente anatre selvatiche in fuga, folaghe inquietamente ferme, aironi che sembrano statue scolpite dall’aria salmastra.
Ogni tanto, in un frusciare d’acqua, spunta una gru che solleva il capo e osserva il passaggio del battello come se stesse giudicando gli intrusi. La macchia mediterranea, intrisa di salsedine e di vento, avvolge tutto con un’odore primordiale di resina, limo e quiete.
Hemingway amava questi luoghi perché in essi ritrovava qualcosa di sé: la nostalgia del mare, l’infanzia perduta, la libertà ruvida dei pescatori che ancora oggi, all’alba, muovono le loro barche come facevano i padri e i nonni. Navigare in questa laguna significa, in qualche modo, toccare quel mondo che fu suo.
Un mondo fatto di attese, di piccoli rumori, di silenzi che diventano preghiere.
E mentre l’acqua si apre davanti alla prua, si comprende perché gli antichi fondatori di Caorle considerassero il mare non solo una strada, ma un destino. Lo stesso destino che Hemingway, forse senza volerlo, riconobbe in questa distesa di luce e di canneti, lasciandoci in eredità parole che ancora oggi sembrano muoversi al ritmo lento delle maree.
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