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Pubblicato da Angelo Marcotti

Ci sono mattine in cui non sai ancora, mentre allacci le scarpe, che quella giornata ti resterà addosso.

Il primo passo

Il Rifugio Lagdei, nel cuore del Parco dei Cento Laghi, è uno di quei posti che non fanno rumore. Non si impone. Aspetta. E quando ci entri, con lo zaino in spalla e ancora qualche pensiero di troppo in testa, senti che qualcosa — lentamente — comincia a cedere.

I primi passi tra le faggete hanno questo effetto strano: non ti chiedono di smettere di pensare. Ti distraggono così bene dal pensiero che smetti da solo. La luce che filtra tra i rami ha una qualità antica. Il rumore dei propri passi diventa l'unico orologio che conta.

Il sentiero: un dialogo silenzioso con la montagna

Il percorso verso il Lago Santo sale senza fretta. Si apre, si chiude, torna a stringersi tra gli alberi come se volesse trattenerti un momento in più in ogni posto. E tu, quasi senza accorgertene, cominci ad adeguarti al suo ritmo invece di imporre il tuo.

È qui che succede qualcosa di sottile: i pensieri non spariscono, ma perdono peso. Si allontanano. Diventano meno urgenti, meno rumorosi. L'Appennino — con i suoi crinali morbidi, con quella malinconia dolce che non appartiene alle montagne aspre — sembra contenere tutto senza nulla giudicare.

Il lago: una domanda senza risposta

Poi, senza preavviso, il lago.

Il Lago Santo appare come appaiono le cose più vere: all'improvviso, con una forza silenziosa che ti lascia un momento sospeso. Uno specchio d'acqua immobile, circondato di montagne che si riflettono nell'acqua.

Mi sono seduto sulle rive e ho fatto la cosa più difficile: niente.

Non fotografare subito. Non descrivere. Non spiegare. Solo stare lì, in quel silenzio che non è vuoto ma pieno — pieno di cielo, di riflessi, di una quiete che senti nelle ossa prima ancora che nella testa.

Il Rifugio Mariotti: il calore dopo il silenzio

E poi il Rifugio Mariotti, con il profumo di cucina che ti raggiunge prima ancora di vederlo.

Dopo tanta quiete, il calore di una tavola imbandita ha qualcosa di rituale. Una polenta fumante, un piatto semplice e vero, un bicchiere di vino rosso — non è solo nutrimento. È il modo in cui la montagna ti dice benvenuto, siediti, sei arrivato.

Mangi lentamente, quasi per rispetto. Guardi il lago, già diverso ora che lo porti dentro. E capisci che certi pranzi non si consumano: si custodiscono.

Cosa resta, scendendo

Il ritorno è diverso dall'andata. I passi sono gli stessi, il sentiero è lo stesso — ma tu sei cambiato di qualcosa di impercettibile, di invisibile, di reale.

Scendendo verso Lagdei, ho pensato che forse la montagna non ci trasforma. Ci rivela. Toglie strati, piano piano, finché non resta qualcosa di più essenziale.

E quella cosa, quella mattina, era pace.


 

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