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Pubblicato da Angelo Marcotti

Dove l'acqua ha scavato il cielo

Val Taleggio e Santuario della Madonna della Cornabusa — 6 giugno 2026

Certe mattine cominciano ancora prima di iniziare. Si sentono nell'aria il giorno prima, mentre si controllano le previsioni per l'ennesima volta e si scelgono le scarpe giuste. Il 6 giugno era una di quelle mattine. Partenza di buonora verso la Val Taleggio, la valle del formaggio più famoso d'Italia, che però quel giorno avrebbe rivelato ben altro: una gola che sa di preistoria e un santuario che nessuna mano umana avrebbe potuto inventare.

L'Orrido dei Serrati: quando il torrente ha più pazienza della roccia

Si chiama orrido, e il nome non mente — almeno alla prima impressione. Una gola lunga quasi tre chilometri, scavata con millenni di cocciutaggine dal torrente Enna tra le pareti dolomitiche dei monti Cancervo e Sornadello. Il percorso segue la strada tracciata tra il 1902 e il 1910, ma a piedi diventa tutt'altra cosa: una passeggiata quasi sospesa, dove il tempo rallenta fino a quasi fermarsi.

Le passerelle e i ponticelli che attraversano l'Enna sono uno dei segreti più gentili di questo posto. Non c'è nulla di avventuroso nel senso atletico del termine: si cammina piano, ci si ferma, ci si appoggia al corrimano e si guarda giù. L'acqua è chiara — di quella chiarezza che si vede solo lontano dalle città — e disegna pozze e cascatelle alternandosi tra la roccia con la stessa naturalezza con cui un discorso ben fatto alterna le pause alle parole.

Quello che colpisce davvero, però, è la luce. O meglio: la sua assenza. Tra le pareti a strapiombo il sole arriva raramente, e questo crea un microclima tutto suo: muschio ovunque, felci che crescono senza chiedere permesso, una vegetazione fitta e umida che sa di bosco antico. Si cammina in una specie di cattedrale naturale, dove le navate sono di pietra e il soffitto è un'apertura stretta di cielo. La guida — e qui la differenza si sente — sa dove guardare. Sa indicare la cascata che d'inverno diventa una parete di ghiaccio, sa raccontare come l'Enna abbia impiegato ere geologiche per fare questo lavoro, sa tenere il passo giusto perché niente vada perso.

Come ci si arriva: l'orrido ha inizio a Roncaglia Entro, frazione di San Giovanni Bianco (BG), e termina a Sottochiesa, nel comune di Taleggio. Il percorso a piedi è adatto a tutti, senza difficoltà tecniche. Ideale per famiglie.

Il Santuario della Cornabusa: il più bello che esiste, perché l'ha fatto Dio

Lasciata la Val Taleggio, si prende la direzione della Valle Imagna. Il Santuario della Madonna della Cornabusa aspetta sul versante destro del monte Albenza, a 658 metri, incastonato nella roccia come se la montagna avesse aperto le braccia per tenerlo.

Cornabusa: in dialetto bergamasco, cavità naturale. Il nome viene da lontano, da un tempo in cui questo posto era rifugio, non meta turistica. Era il XIV secolo, e gli abitanti della zona — stremati dalle lotte tra Guelfi e Ghibellini — si nascosero qui, in questa fenditura della roccia, portando con sé una piccola statuetta lignea della Madonna. La lasciarono, o la dimenticarono. Nel secolo successivo, la tradizione racconta di una pastorella sorda e muta, in fuga da un temporale, che trovò rifugio nella grotta e ritrovò la voce. Da quel momento, il luogo non appartenne più soltanto alla montagna.

La grotta è lunga 96 metri e larga 20. Non assomiglia a nessuna chiesa che si sia mai vista. L'altare è nella roccia, l'abside è nella roccia, persino il silenzio ha un sapore diverso — più pesante, più antico. Una sorgente d'acqua sgorga ancora all'interno. Acqua, luce che filtra obliqua, pietra: gli stessi tre elementi che erano qui prima che arrivasse qualcuno a pregarci.

«È il Santuario più bello che esista, perché non l'ha fatto la mano dell'uomo, ma Dio stesso.»
— Angelo Giuseppe Roncalli, Papa Giovanni XXIII

Angelo Roncalli conosceva bene questo posto. Ci tornava spesso, da cardinale, quasi in pellegrinaggio privato. Le sue stanze al santuario sono ancora visitabili: stanze semplici, arredate come allora, con quella sobrietà che era il suo tratto più autentico. Il santuario è oggi tra i Luoghi Giovannei, e chi percorre il cammino di Papa Giovanni può fermarsi qui come in una delle tappe più silenziose e dense. Anche il FAI ha riconosciuto l'importanza del luogo, sostenendone la valorizzazione.

Il pranzo al ristorante annesso al santuario ha il sapore delle cose guadagnate con i piedi. Cucina di valle, senza fronzoli: si mangia bene, si sta bene, si parla poco e si guarda fuori. La terrazza affaccia sulla Valle Imagna e da lì si capisce meglio cosa intendesse Roncalli. Non è una questione di architettura. È una questione di prospettiva.

Il pomeriggio è per la visita guidata: la grotta vera e propria, il museo con le tavolette ex voto — piccole tavole dipinte da gente comune per ringraziare di grazie ricevute, quadretti di vita quotidiana che valgono da soli il viaggio — e gli oggetti liturgici che i secoli hanno lasciato qui come sedimenti.

Il filo che tiene tutto insieme

Si torna a casa con quel tipo di stanchezza che non pesa. L'orrido e il santuario non sono due posti distanti: sono due facce dello stesso discorso, quello che la natura fa all'uomo quando smette di fare rumore. In uno, l'acqua ha scavato la roccia per millenni e ha ricavato bellezza. Nell'altro, la roccia ha offerto riparo e qualcuno ci ha trovato il sacro. In entrambi, bisogna rallentare per capire davvero dove si è.

E forse è proprio questo il lusso raro di certe giornate: non aggiungere niente, solo togliere velocità.

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