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Pubblicato da Angelo Marcotti

C'è un momento, mentre si cammina lungo i sentieri della Valle Staffora, in cui il bosco si apre all'improvviso e il paesaggio smette di essere sfondo. Diventa soggetto. Le colline si moltiplicano verso l'Appennino, i calanchi disegnano ferite chiare nelle argille, e l'aria ha quella qualità asciutta e silenziosa che appartiene ai luoghi ancora un po' a sé, non ancora metabolizzati dal turismo domenicale. È in un punto così — in località Serra del Monte, tra i comuni di Cecima e Ponte Nizza — che da qualche settimana c'è un ponte tibetano. Settanta metri di legno e acciaio sospesi a cinquanta metri sopra uno degli orridi più scenografici della valle. Sotto scorre l'acqua. Attorno ci sono pareti rocciose, vegetazione fitta, il profilo del Monte Vallassa che sale a 756 metri e da lassù guarda tutto con distacco antico.

Non è il ponte tibetano più lungo d'Italia. Non è il più alto. Ma è forse uno dei più ben piazzati: nel mezzo di un territorio che molti attraversano in macchina per raggiungere il mare, senza fermarsi, convinti che non ci sia niente di particolare. E invece.

L'Oltrepò che non si concede subito

L'Oltrepò Pavese ha una reputazione ambigua. Per chi viene da Milano o da Pavia è per lo più un nome sul cartello dell'autostrada, una direzione verso Voghera, oppure l'etichetta su una bottiglia di Bonarda. Per i lombardi del vino è un territorio di grande tradizione, un po' trascurato, capace di produrre cose buone che faticano a farsi sentire. Per chi lo frequenta a piedi — e sono ancora pochi — è una continua sorpresa: borghi arroccati, pievi romaniche, sentieri CAI che attraversano boschi di castagni e querce, crinali da cui nelle giornate limpide si vede tutto, fino alla pianura.

È un territorio che non si concede tutto subito. Bisogna guadagnarselo un po'. E questa è, nel 2026, una qualità rara.

Il ponte tibetano tra Cecima e Ponte Nizza non tradisce questa logica. Non è raggiungibile in macchina, non c'è un parcheggio a cento metri dall'ingresso, non ci sono baracchini di souvenir. Si arriva a piedi, percorrendo i sentieri segnati dal CAI — indicativamente i tracciati 194 e 193 che partono dalla zona di Serra del Monte — e il paesaggio che si attraversa prima di arrivarci vale già buona parte della giornata. L'anello sentieristico in cui il ponte è inserito collega, idealmente, la zona di San Ponzo con le sue grotte e l'osservatorio astronomico di Cà del Monte: due poli di un territorio che ha pensato se stesso in modo coerente, mettendo insieme geologia, astronomia, storia e adesso anche questa nuova quota sospesa.

Sessantaquattro passi sul vuoto

Il ponte si attraversa in pochi minuti. Sono sessantaquattro passi sospesi nel vuoto, se li conti. Pochi, ma non si contano. Si guarda in basso, quasi inevitabilmente, e ci si accorge che il vuoto non spaventa quanto si pensava. Anzi, allarga qualcosa. Lo sguardo si distende, le proporzioni cambiano, e il paesaggio dell'Oltrepò — che a livello del suolo sembra domestico, quasi ordinario — da lassù si rivela in tutta la sua complessità. Le colline si sovrappongono in piani successivi, i calanchi appaiono come cicatrici luminose nella vegetazione, le formazioni calanchive di rilevante interesse paesaggistico e ambientale che caratterizzano il territorio tra le valli Staffora e Curone si leggono da quassù come una mappa geologica scritta dall'erosione nei secoli.

Il territorio, prima e dopo il ponte

Chi pensa di venire solo per il ponte e poi tornare subito indietro si priva della parte migliore. Il valore del ponte tibetano di Cecima e Ponte Nizza non sta solo nell'attraversamento: sta nel contesto in cui è inserito, e quel contesto merita tempo.

Cecima è un borgo piccolo, compatto, con le case addossate al costone come se il paese avesse deciso di tenersi stretto alla collina per non scivolare a valle. La torre medievale, i vicoli stretti, la luce che cambia durante il giorno trasformando le pietre in qualcosa di diverso ogni volta: c'è una qualità di quiete in questi luoghi che nelle città si dimentica di cercare. Ponte Nizza è sull'altro versante, più in basso lungo la Staffora, con quel nome che evoca un attraversamento e che di attraversamenti — di acque, di confini, di secoli — ne ha visti parecchi.

La Valle Staffora è percorsa da una strada statale che sale verso il passo della Bocca di Nizza e poi scende verso il Piemonte, e lungo questa direttrice si susseguono borghi, frazioni, trattorie e cantine che resistono con una certa ostinazione al silenzio. Varzi, a poche decine di minuti, è il centro più vivace della zona: borgo medievale con una via principale di palazzi storici, famoso per il salame — il Varzi DOP, stagionato con lentezza, che ha il sapore esatto di questo territorio — e per cantine che producono Bonarda, Pinot Nero, Riesling Renano con una serietà che merita attenzione.

Valli poco antropizzate, borghi medievali, cantine e osterie di tradizione, cieli adatti all'astroturismo, percorsi ciclopedonali e sentieri escursionistici: la zona ha tutti gli ingredienti per intercettare una domanda turistica in crescita, quella di chi cerca autenticità, lentezza e paesaggio. Non è marketing. È una descrizione abbastanza precisa di quello che c'è davvero.

La zona di San Ponzo, raggiungibile a piedi dall'anello sentieristico che include il ponte, merita una sosta. L'eremo, le grotte, il senso di ritiro dal mondo che questi luoghi trasmettono anche a chi non ha intenzioni contemplative: c'è qualcosa qui che funziona al di là della cartolina. È un posto in cui fermarsi e mangiare il panino che si è portati da casa ha un significato diverso da farlo su una panchina di città.


Come si vive questa giornata

Il ponte è raggiungibile a piedi lungo sentieri CAI di media difficoltà, adatti anche a escursionisti non esperti. Il tragitto è considerato di media difficoltà ed è adatto anche a escursionisti non esperti, purché equipaggiati con scarpe da trekking o calzature adeguate alla camminata in collina. Non si tratta di alpinismo. Si tratta di camminare con attenzione, in scarpe che tengono bene la caviglia, su un fondo che può essere scivoloso dopo la pioggia o polveroso nelle settimane secche d'estate. Il buon senso fa il resto.

L'accesso al ponte è consentito esclusivamente tra il 16 marzo e il 14 novembre, esclusivamente dall'alba al tramonto. Il periodo invernale è di chiusura, e questa non è una restrizione burocratica fine a se stessa: in quei mesi il territorio ha le sue ragioni per non essere frequentato da chi non lo conosce, e rispettare questa stagionalità è parte del rispetto verso il luogo stesso.

La giornata ideale inizia presto — meglio la mattina, quando la luce è obliqua e il paesaggio ha ancora l'umidità della notte — con il percorso a piedi verso il ponte. L'attraversamento. Una sosta all'osservatorio o verso San Ponzo. E poi, nel pomeriggio, la discesa verso la valle e la sosta in una delle trattorie che ancora sanno come si cucina in questa parte d'Appennino: tagliatelle al ragù, salame, formaggi locali, una bottiglia di Bonarda che cola rubino nel bicchiere e sa di mosto e terra ferma.

È una giornata che stanca nel modo giusto: fisicamente, ma con una soddisfazione concreta. Si torna a casa con qualcosa che manca nei weekend più organizzati — la sensazione di aver davvero guardato un posto, non solo attraversato.

Una proposta del Club Andare in Giro

Per chi preferisce non organizzarsi da solo, o per chi ha voglia di condividere questa esperienza con un gruppo di persone che hanno in comune la curiosità per i luoghi meno ovvi, il Club Andare in Giro — Viaggi & Miraggi propone questa gita come una delle escursioni di prossimità per la stagione in corso.

Il ponte tibetano tra Cecima e Ponte Nizza non è l'Himalaya. Non è il Grand Canyon. È una passerella di settanta metri sull'Appennino lombardo, in una provincia che in molti considerano di passaggio. Ma è precisamente questa scala a renderlo interessante: un'esperienza a misura d'uomo, in un paesaggio che non ha bisogno di iperboli per essere bello, in una zona che chi ci vive conosce bene e chi viene da fuori scopre ogni volta con una sorpresa che sembra quasi ingiusta — ingiusta verso se stessi, per non esserci venuti prima.

Il ponte tibetano sorge ai piedi del Monte Vallassa, nel punto in cui si incontrano le valli Staffora e Curone: due valli, due versanti, un equilibrio che dura da secoli e che da quassù, sospesi tra cavi e cielo, si vede con una chiarezza inusuale.

Se vuoi unirsi alla gita, trovi tutte le informazioni e il modulo di iscrizione nelle pagine del Club. I posti sono limitati — non per costruire artificialmente una scarsità, ma perché certi posti si visitano meglio in pochi, con il passo giusto, senza fretta.

L'Oltrepò non è una destinazione per chi ha già deciso che cosa troverà. È un territorio per chi accetta di essere sorpreso. E questa, a pensarci bene, è la forma di viaggio che vale ancora la pena di fare.

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