Otto Blues: quando Lodi accendeva la notte. Musica, gioventù e grandi artisti nel locale che trasformò una città di provincia — 1969 – 2017
L'insegna sulla strada
C'era un'insegna, prima ancora che ci fosse un ricordo. Un rettangolo al neon piantato all'ingresso di Lodi, tra viale Pavia e la tangenziale, visibile da lontano come un faro rivolto verso l'interno anziché verso il mare. Non indicava una direzione: era essa stessa una destinazione. Per una generazione di lodigiani nati negli anni Sessanta, e per quelle venute dopo, bastava pronunciare due parole — Otto Blues — perché quell'insegna si riaccendesse nella memoria anche quando, dal 2017, non esiste più nella realtà.
Il locale che la ospitava è stato demolito per fare posto a un nuovo complesso commerciale. Al suo posto, oggi, c'è dell'altro. Ma il nome Otto Blues ha continuato a funzionare — lo dimostrano le serate "Remember" che per anni hanno richiamato duemila persone a rivivere musiche e serate di quarant'anni prima — come se un locale potesse sopravvivere alla propria architettura, riducendosi a una parola d'ordine capace di riaprire, in chi la pronuncia, una porta precisa: quella della propria adolescenza.
Questo racconto prova a ricostruire che luogo, dal 1969 alla demolizione, distinguendo con cura ciò che è documentato da ciò che è tramandato. Sono due materiali diversi e la storia di un locale da ballo di provincia è fatta di entrambi: manifesti e ritagli di giornale da un lato, ricordi raccontati e fotografie senza didascalia dall'altro. Il compito di chi scrive non è scegliere tra i due, ma tenerli distinti mentre racconta.
- Apertura: 1969, viale Pavia, Lodi (allora zona periferica)
- Fondatori: Enzo Iotti, Giuseppe Bertani, Giuseppe Gandolfi
- Gestione familiare Iotti/Bertani: 1969–1993
- Cambi di nome: Alter Ego (anni Novanta, sotto Paolo Iotti) → Lodi Dancing (gestione Giadone, dai primi anni Duemila)
- Chiusura definitiva: fine ottobre 2017, dopo quasi cinquant'anni di attività
- Sorte dell'edificio: demolito per un nuovo insediamento commerciale sul fronte della tangenziale
1969: nasce l'Otto Blues
Tre nomi tornano, in ogni ricostruzione della nascita del locale: Enzo Iotti, Giuseppe Bertani, Giuseppe Gandolfi. Furono loro, nel 1969, ad aprire le porte dell'Otto Blues in un punto della città che allora si trovava ai margini del tessuto urbano, lungo una viale Pavia non ancora fiancheggiata dalla tangenziale che oggi le corre accanto. Scegliere quella posizione, decentrata rispetto al centro storico, non era un dettaglio secondario: un locale da ballo di grandi dimensioni aveva bisogno di spazio, di parcheggio, di una certa distanza dalle abitazioni per reggere il rumore fino a notte fonda. È un pattern che si ripete in tutta Italia in quegli anni, quando le balere di paese lasciano il posto a strutture più grandi, pensate per un pubblico che arriva in automobile e non più solo a piedi dal quartiere.
Sulle motivazioni personali che spinsero i tre soci a intraprendere quella strada — se fosse un progetto maturato insieme da tempo, se uno dei tre avesse un'esperienza precedente nel settore dello spettacolo, quali fossero i rapporti di forza societari — le fonti raccolte non permettono ricostruzioni puntuali: sono informazioni che meriterebbero un approfondimento diretto presso i discendenti delle tre famiglie, alcuni dei quali hanno già pubblicamente ricordato i fondatori in occasione di lutti familiari. Giuseppe Bertani, in particolare, è mancato a 89 anni, ricordato dai familiari come una figura sempre presente "in ogni aspetto del locale", capace di seguire personalmente l'organizzazione delle serate accanto ai soci.
La gestione della famiglia Iotti, con Enzo alla guida, accompagnò il locale per ventiquattro anni, fino al 1993: il periodo che comprende sia la nascita del fenomeno beat e la stagione del rock italiano degli anni Settanta, sia l'apice della notorietà del locale nei primi anni Ottanta. È l'arco di tempo in cui l'Otto Blues costruisce la propria identità, prima come dancing di riferimento per il ballo di coppia e poi, progressivamente, come sala capace di ospitare artisti di caratura nazionale.
Lodi scopre la notte moderna
La Lodi di fine anni Sessanta non era ancora la città che si racconta oggi. Restava profondamente legata alla propria vocazione agricola e commerciale, cadenzata dai mercati, dalle campagne che la circondavano, dalle abitudini di una provincia lombarda solida ma non frenetica. Eppure, come nel resto d'Italia, anche a Lodi arrivavano i segnali di un cambiamento più grande: l'automobile che si diffondeva nelle famiglie, i primi juke-box nei bar, i dischi a 45 giri che circolavano tra i ragazzi, la televisione che portava in ogni casa i volti dei cantanti che fino a poco prima si ascoltavano solo alla radio.
In questo contesto, l'apertura di un grande locale da ballo non era soltanto un'iniziativa commerciale: intercettava un bisogno che la società italiana stava esprimendo ovunque, quello di uno spazio proprio dei giovani, separato dalle consuetudini familiari e dalle forme di socialità che avevano regolato le generazioni precedenti. Il dancing tradizionale, con l'orchestra dal vivo e il ballo di coppia regolato da convenzioni rigide, aveva accompagnato i genitori di quei ragazzi. Il nuovo locale — che pure, nei primi anni, manteneva tratti di continuità con quella tradizione — cominciava a proporre un repertorio diverso: il beat, poi il rock, il pop, più avanti il progressive e la disco music.
La differenza non era solo musicale. Era una differenza di postura: non più coppie che si muovono secondo passi codificati, ma corpi che occupano la pista in modo più libero, gruppi di amici che vanno e vengono, un'attenzione portata sul palco più che sul partner di ballo. La discoteca, in questo senso, diventava un luogo di riconoscimento generazionale prima ancora che di divertimento: un posto dove un adolescente lodigiano poteva sentirsi parte di qualcosa che stava succedendo anche a Milano, a Roma, a Londra — non identico, ma non estraneo.
La provincia incontra le stelle
Il meccanismo che permetteva a un locale come l'Otto Blues di ospitare artisti già affermati o prossimi a diventarlo era lo stesso che, per tutti gli anni Sessanta, Settanta e Ottanta, teneva insieme lo spettacolo musicale italiano: il tour continuo, la tournée che attraversava la Penisola toccando teatri, palasport, feste di paese, balere e grandi sale da ballo nella stessa stagione, spesso nella stessa settimana. Un complesso o un cantante potevano suonare all'Ariston il sabato e in una discoteca di provincia il mercoledì successivo: non era un declassamento, era semplicemente come funzionava il mestiere prima che i grandi tour negli stadi diventassero la norma.
Per una città come Lodi, questo significava una cosa preziosa: la possibilità di intercettare, senza dover andare a Milano, artisti che il pubblico conosceva dalla radio e dalla televisione. I rapporti concreti tra la direzione dell'Otto Blues e gli impresari, le agenzie musicali, i discografici che organizzavano questi ingaggi restano in parte da ricostruire attraverso archivi e testimonianze dirette; ma il caso meglio documentato — quello di Vasco Rossi, raccontato più avanti — mostra che spesso il canale era personale prima che professionale: un contatto, una conoscenza pregressa, un locale gemello in un'altra provincia.
Dietro le luci del palco, il locale viveva di un personale che restava sempre nell'ombra: i disc jockey che riempivano gli intervalli tra un set dal vivo e l'altro, i tecnici del suono e delle luci, i camerieri, il guardaroba, e — capitolo a sé — la sicurezza. Nei primi anni, quando il concetto stesso di security nei locali da ballo doveva ancora essere inventato in Italia, all'Otto Blues il ruolo toccò a un maestro di judo di Lodi Vecchio, conosciuto come "Igio": un dettaglio che racconta bene quanto fosse artigianale, all'inizio, l'organizzazione di serate che nel giro di un decennio avrebbero richiamato oltre mille persone in una sola notte.
Pooh, Nomadi, Rockets e New Trolls
Nella memoria collettiva lodigiana, e nelle poche ricostruzioni giornalistiche pubblicate negli anni, torna un elenco di nomi che dà la misura di quanto in alto arrivasse la programmazione dell'Otto Blues: Pooh, Nomadi, New Trolls, Rockets, Camaleonti, Dik Dik, Adriano Celentano. A questi si aggiungono presenze che appartengono più al mondo dello spettacolo televisivo che a quello musicale in senso stretto — Pippo Baudo, e un Beppe Grillo ancora nei panni del comico, immortalato in fotografie d'archivio recuperate dalla stampa locale.
Non tutti questi nomi godono dello stesso livello di documentazione. Il caso più solido, in questo senso, riguarda i Rockets, il gruppo francese conosciuto per l'immaginario fantascientifico, le tute argentate e le sonorità elettroniche: una fonte diretta — un post dell'archivio social ufficiale della band — colloca una loro esibizione all'Otto Blues il 4 marzo 1982, offrendo una data precisa in un periodo, l'inizio degli anni Ottanta, in cui il locale risulta pienamente inserito nei circuiti nazionali dello spettacolo.
1982
Per gli altri nomi — Pooh, Nomadi, New Trolls, Camaleonti, Dik Dik, Celentano, Baudo, Grillo — la fonte principale è la memoria di chi visse quegli anni da protagonista dietro le quinte: in particolare i ricordi raccolti nel 2017 da Mauro Berto, storico disc jockey lodigiano noto come "Dj Chopin", che li cita come artisti passati dal palco del locale senza tuttavia fissarne date precise. Si tratta di testimonianza autorevole — Berto lavorò per anni nell'ambiente delle discoteche lodigiane — ma resta testimonianza, non documentazione d'archivio: anni, scalette, cachet e circostanze specifiche di questi passaggi meriterebbero una verifica su manifesti, programmi di sala o cronologie ufficiali delle rispettive tournée, materiali che non risultano digitalizzati o facilmente reperibili online.
Ciò che invece si può affermare con una certa sicurezza è il significato di queste presenze per il pubblico lodigiano: attraverso di esse la provincia incontrava, nello spazio di pochi anni e a pochi metri di distanza, anime molto diverse della musica italiana — la melodia sentimentale dei Pooh, il cantautorato sociale dei Nomadi, la sperimentazione progressive dei New Trolls, la fantascienza sonora dei Rockets francesi. Non era normalizzazione stilistica: era un campionario ampio, quasi un piccolo festival diffuso lungo tutto il decennio.
12 giugno 1982: Vasco entra nella leggenda
Due giorni dopo, la Nazionale italiana avrebbe iniziato il proprio cammino ai Mondiali di Spagna. Giovanni Spadolini guidava il primo governo repubblicano della storia italiana, sorretto dalla formula del Pentapartito. Nelle classifiche musicali dominava "La voce del padrone" di Franco Battiato. In questo scenario, la sera del 12 giugno 1982, un cantante ancora agli inizi della propria ascesa nazionale salì sul palco dell'Otto Blues: Vasco Rossi, da Zocca, provincia di Modena, reduce da pochi mesi dal Festival di Sanremo, dove aveva presentato "Vado al massimo" — il singolo che, insieme all'album omonimo uscito in aprile, sarebbe rimasto in classifica per oltre quattro mesi superando le duecentomila copie vendute.
Il canale che portò Vasco a Lodi non passava per un'agenzia, ma per una conoscenza diretta. «Avevamo anche un locale vicino a Modena — ha raccontato Marino Iotti, figlio di Enzo — Vasco aveva lavorato per anni come dj, mio papà lo conosceva bene». Da quel legame nacque l'ingaggio per la serata lodigiana, con l'idea — poi non concretizzata — di organizzare anche una seconda data allo stadio della Dossenina.
Ricordo che la sala era completamente gremita, vendemmo oltre mille biglietti. Ma centinaia di persone si accalcarono all'esterno, ci fu anche qualche problema di ordine pubblico.Marino Iotti, figlio del titolare dell'Otto Blues
Per fare spazio in sala vennero spostati all'esterno divani e poltrone che normalmente arredavano il locale — un dettaglio pratico che dice più di molte descrizioni quanto fosse imprevisto, per la gestione, l'afflusso di quella sera. «Già all'epoca Vasco era un tipo molto, molto originale», ha ricordato Giuseppe Bertani, contitolare del locale. Sul palco, accanto al cantante, musicisti che sarebbero rimasti al suo fianco per anni: Maurizio Solieri e il compianto Massimo Riva.
La scaletta di quella sera, ricostruita attraverso i ricordi di chi era presente, comprendeva brani già entrati nell'immaginario collettivo — "Colpa d'Alfredo", "Brava", "Ogni volta", "Canzone", "Siamo solo noi", "Splendida giornata", "Silvia" — fino alla chiusura affidata ad "Albachiara". Chi vide quel concerto racconta un rapporto quasi fisico tra il cantante e il pubblico, brani suonati "quasi improvvisando", un'energia che il pubblico lodigiano riconosceva come propria: nelle canzoni di Vasco, un'intera generazione ritrovava il disagio e l'irrequietezza di quegli anni.
La data del 12 giugno 1982 è confermata da due articoli distinti pubblicati dal quotidiano Il Cittadino di Lodi, a distanza di anni l'uno dall'altro, entrambi basati su interviste dirette a familiari dei titolari del locale. In questo caso, dunque, le fonti raccolte convergono senza contraddizioni evidenti. Resta comunque opportuno — trattandosi di una ricostruzione fondata sulla memoria di chi era presente, pubblicata quasi quarant'anni dopo i fatti, e in assenza di un manifesto o di un biglietto d'epoca reperiti in questa ricerca — considerare la data come solidamente attestata ma non come certificata da un documento primario dell'epoca. Un confronto con eventuali archivi SIAE, locandine private o la stampa del giugno 1982 rafforzerebbe ulteriormente la ricostruzione.
Quel che colpisce, guardando a distanza la serata del 12 giugno 1982, è il suo carattere quasi profetico. Nel giro di pochi anni, lo stesso artista che si era esibito in una sala da poco più di mille posti avrebbe riempito stadi e arene in tutta Italia, fino a rendere improbabile persino San Siro come contenitore sufficiente per i suoi concerti. Chi era all'Otto Blues quella sera aveva visto, da pochi metri di distanza, l'inizio di qualcosa che sarebbe diventato molto più grande — uno di quei momenti che la storia dello spettacolo di provincia regala di tanto in tanto, per pura combinazione di tempismo e conoscenze personali.
Il sabato sera di una generazione
Al di là dei grandi nomi, l'Otto Blues visse soprattutto delle sue serate ordinarie: i sabati e le domeniche sera che si ripetevano identici e mai uguali, i lenti di fine serata, le feste di carnevale, gli appuntamenti con l'orchestra che nei primi anni ancora affiancava le nuove sonorità, fino al progressivo affermarsi dei disc jockey come figura centrale della serata.
È in questa quotidianità che il locale ha lasciato la traccia più profonda, quella meno documentabile con articoli e locandine ma più diffusa nella memoria privata di migliaia di famiglie lodigiane: la prima uscita serale senza i genitori, il vestito scelto con cura per il sabato, il passaggio in automobile davanti all'insegna prima ancora di decidere se entrare, gli incontri vicino al guardaroba, i corteggiamenti sulla pista da ballo, le compagnie che tornavano sempre agli stessi tavoli.
Alcune di quelle serate hanno prodotto legami durati una vita intera. «Anche l'altro giorno c'erano marito e moglie con le lacrime agli occhi — ha raccontato Gaetano Giadone, tra gli ultimi titolari del locale, nei giorni della chiusura — mi hanno ricordato che si erano conosciuti proprio all'Otto Blues». Aneddoti come questo, moltiplicati per decenni di attività, compongono quella che si può chiamare una storia sociale minuta: fotografie conservate nei cassetti, biglietti e volantini diventati cimeli, genitori che restavano svegli ad aspettare il rientro dei figli. L'Otto Blues, in questo senso, non fu soltanto un edificio: fu una fabbrica di ricordi privati, prodotti in serie ogni fine settimana per quasi cinquant'anni.
DJ, lenti e nuovi suoni
Se i grandi concerti dal vivo segnarono i momenti più celebrati della storia del locale, fu il lavoro quotidiano dei disc jockey a tenerne viva la programmazione musicale ordinaria, e a farla evolvere nel tempo. Tra le figure storiche della movida lodigiana viene ricordato Mauro Berto, in arte "Dj Chopin", che iniziò a mettere i dischi a soli quattordici anni proprio all'Otto Blues, occupandosi dei lenti di fine serata prima di costruirsi una consolle propria altrove: al Gulliver di via Nino Dall'Oro, aperto nel 1975, e poi lungo una catena di locali di viale Piacenza che cambiarono più volte nome e vocazione nel giro di un decennio — Le Mans nel 1976, poi Bell's, poi Daniel's, fino a diventare nel 1989 una paninoteca, il Fuori Lodi.
Questo percorso racconta bene come la scena dei locali da ballo lodigiani fosse, in quegli anni, un ecosistema in continuo movimento, di cui l'Otto Blues costituiva il polo più stabile e riconoscibile. Secondo la testimonianza di Berto, l'Otto Blues si distingueva per una programmazione orientata alle hit parade, mentre altri locali della città coltivavano un pubblico più di nicchia, legato a sonorità underground.
Il decennio degli anni Ottanta portò con sé la disco music, le luci elettroniche, i primi videoclip, e una centralità crescente della figura del disc jockey rispetto ai gruppi dal vivo. Negli anni Novanta, l'arrivo di house e techno cambiò ancora gli scenari, trasformando il pubblico, i modi di ballare, e progressivamente il mercato stesso dell'intrattenimento notturno italiano — un cambiamento che l'Otto Blues avrebbe attraversato, come si vedrà, anche cambiando pelle e nome.
Dall'Otto Blues all'Alter Ego
Il nome con cui il locale nacque non fu, in realtà, l'unico della sua storia. Quando la musica dance cominciò a essere soppiantata dalla techno, Paolo Iotti — figlio del fondatore Enzo, prematuramente scomparso — introdusse il nome Alter Ego, segnando un tentativo di rinnovamento dell'immagine del locale in linea con i tempi. Più avanti, con l'ingresso nella proprietà della famiglia di ristoratori Giadone — già titolare della pizzeria Zii Gaetano adiacente al locale — arrivò un secondo cambio di nome: Lodi Dancing, adottato a partire dai primi anni Duemila e mantenuto fino alla chiusura definitiva del 2017.
Nessuno di questi due nomi, tuttavia, riuscì mai a sostituire davvero "Otto Blues" nella memoria collettiva della città: l'insegna al neon, le migliaia di serate accumulate in decenni di attività, e più tardi le stesse serate "Remember" organizzate sotto quel nome storico, mantennero viva un'identità che la ragione sociale ufficiale del locale non era più in grado di rappresentare.
Nessuna di queste cause, presa singolarmente, spiega davvero la fine di un'epoca lunga quasi cinquant'anni: la chiusura dell'Otto Blues — come quella di gran parte delle grandi sale da ballo italiane — è il risultato della sovrapposizione di più trasformazioni, economiche, normative, culturali e generazionali, accumulatesi nell'arco di decenni fino a rendere insostenibile un modello che per lungo tempo aveva funzionato benissimo.
La lunga stagione del ricordo
Nell'aprile del 2011, mentre il locale operava ormai sotto il nome di Lodi Dancing, nacque un'iniziativa che avrebbe rivelato quanto fosse ancora vivo il legame tra la città e il nome originario: le serate "Remember Otto Blues", ideate da Franco Zanini in memoria di Paolo Iotti, lo storico titolare scomparso prematuramente, e realizzate con il consenso della famiglia Iotti. Da quella prima serata, l'iniziativa si consolidò negli anni fino a diventare un appuntamento fisso del venerdì, capace di richiamare, secondo la testimonianza di Dj Chopin, tra le 1.800 e le 2.200 presenze — numeri che una singola serata revival raramente raggiunge, e che dimostrano quanto il nome conservasse ancora, a distanza di decenni, un fortissimo potere evocativo.
Alle serate lavoravano, secondo le cronache locali, i disc jockey Dodo Sommariva, Marco Campagnoli, lo stesso Franco Zanini e "Libe" per il sound revival anni Settanta e Ottanta in una sala, mentre in un'altra sala Patrick, Libe e Prophetia proponevano un repertorio più recente, dedicato agli anni Novanta — un doppio binario musicale pensato per accogliere insieme più generazioni di ex frequentatori.
Chi tornava a quelle serate, va detto con onestà, non cercava soltanto canzoni d'epoca. Cercava una versione passata di sé stesso: l'adolescenza, gli amici che nel frattempo la vita aveva allontanato, i primi amori, una città più piccola e percepita come più a misura d'uomo, una notte che nel ricordo sembra sempre più lunga di quanto probabilmente fosse. È un fenomeno di memoria collettiva talvolta preciso, talvolta inevitabilmente deformato dall'emozione — e il compito di chi ricostruisce questa storia non è correggerlo, ma nemmeno confonderlo con la documentazione storica: sono due forme di verità diverse, entrambe legittime, che meritano di essere raccontate senza sovrapporle.
L'ultima notte
Alla fine di ottobre del 2017, con una serata dedicata alla musica latino-americana, si chiuse per sempre l'attività dell'Otto Blues. Il quotidiano Il Cittadino raccontò la notizia il 3 novembre di quell'anno, descrivendo la fine di «un'epoca per la generazione di lodigiani nati negli anni Sessanta e non solo». Dopo quasi cinquant'anni, le ultime note si spensero non per un declino improvviso, ma per una decisione legata alla trasformazione urbanistica dell'area: il progetto di una nuova, grande Coop, che avrebbe lasciato la sede del centro commerciale My Lodi per trasferirsi in un complesso più ampio, fronte tangenziale — un progetto che comportava l'abbattimento non solo dell'Otto Blues, ma anche della pizzeria Zii Gaetano e della tensostruttura esterna che le era annessa, per fare posto, oltre che al supermercato, a un negozio di bricolage, a un ristorante steak house e a un parcheggio coperto.
La famiglia Giadone, proprietaria dell'immobile negli ultimi diciassette anni di attività del locale, scelse di restare fedele alla città pur cedendo lo stabile: la pizzeria Zii Gaetano sarebbe stata riaperta altrove, e gli stessi titolari dichiararono di credere ancora nel settore del ballo, ricordando i buoni risultati raggiunti anche con iniziative come le serate "no alcol" pensate per un pubblico adolescente. «Ci servono solo i posti giusti», dissero, lasciando intendere che la chiusura non era la fine di un progetto imprenditoriale, ma la fine di un luogo specifico.
È una distinzione che vale la pena di trattenere, per evitare la nostalgia più facile: quello che scompariva non era semplicemente un'attività commerciale sostituibile altrove, ma una geografia condivisa — un punto fisso nella mappa mentale di una città, riconoscibile da lontano grazie a un'insegna, raggiungibile con lo stesso percorso ripetuto per decenni, associato a uno specifico angolo di marciapiede, a uno specifico ingresso, a uno specifico rumore di motorini nel parcheggio. Sostituire quel luogo con uno spazio commerciale contemporaneo — per quanto necessario dal punto di vista urbanistico ed economico — significa anche cancellare una parte della cartografia sentimentale con cui una città intera aveva imparato a orientarsi.
Che cosa resta dell'Otto Blues
Oggi, lungo viale Pavia, l'insegna al neon non esiste più. Al suo posto sorgono le strutture pensate per servire i bisogni quotidiani di una città che continua a cambiare: un supermercato, un negozio di bricolage, un parcheggio. È la logica ordinaria della trasformazione urbana, né più né meno crudele di quanto lo sia sempre stata: i luoghi dell'esperienza collettiva cedono spesso il passo a spazi pensati per il consumo funzionale, e non sempre chi li abita ha voce in capitolo su questo scambio.
Eppure il nome Otto Blues ha continuato a funzionare anche dopo la demolizione, come dimostrano le migliaia di persone che negli anni hanno affollato le serate "Remember" pur di riascoltare, per qualche ora, il sound di un locale che fisicamente non esisteva già più. Non è soltanto nostalgia: è la prova che un luogo può lasciare un'impronta più durevole del proprio edificio, quando riesce — anche solo per una stagione della vita di una città — a diventare lo spazio in cui una generazione impara a riconoscersi.
L'Otto Blues non fu soltanto una discoteca, ma uno dei luoghi nei quali Lodi imparò a sentirsi parte della cultura musicale nazionale — il punto in cui, per una notte alla volta, la provincia smetteva di guardare la musica italiana da lontano e ne diventava, per qualche ora, un palcoscenico.
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