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Nel cuore della città olandese di Hoorn, la statua di Jan Pieterszoon Coen svetta in una delle piazze principali. Per alcuni è un simbolo di orgoglio cittadino, per altri un doloroso promemoria delle ombre dell’epoca coloniale. Ma chi era davvero quest’uomo che ancora oggi divide opinioni?
Un protagonista del colonialismo olandese
Jan Pieterszoon Coen nacque a Hoorn nel 1587, in un’epoca in cui i Paesi Bassi stavano emergendo come potenza economica e navale. Dopo una formazione commerciale e contabile, si unì alla Compagnia Olandese delle Indie Orientali (VOC) – una delle prime multinazionali della storia – e fu rapidamente promosso grazie alle sue doti organizzative e al suo zelo espansionistico.
A soli 33 anni, nel 1619, fu nominato Governatore Generale delle Indie Orientali. In tale ruolo, Coen fu determinante nella fondazione di Batavia (oggi Jakarta), destinata a diventare la capitale amministrativa dell’impero coloniale olandese in Asia.
L’espansione commerciale… e il prezzo umano
Coen fu un abilissimo stratega commerciale: comprese prima di molti l’importanza di controllare le rotte delle spezie, in particolare quelle che coinvolgevano noce moscata, chiodi di garofano e pepe. La sua visione economica contribuì a rendere la VOC una delle organizzazioni commerciali più potenti e redditizie del XVII secolo.
Ma questa crescita fu costruita su basi tutt’altro che pacifiche. Coen credeva fermamente che il commercio olandese dovesse essere garantito con la forza, se necessario. Celebre è la sua frase: "Non possiamo fare commercio senza guerra, né guerra senza commercio."
Il massacro delle isole Banda
Il momento più oscuro della sua carriera – e uno dei più brutali nella storia del colonialismo olandese – avvenne nel 1621, nelle isole Banda, parte dell'attuale Indonesia. Le isole erano un importante centro per la produzione di noce moscata, che la VOC voleva monopolizzare.
Quando gli abitanti locali resistettero alla richiesta olandese di vendere esclusivamente alla VOC, Coen guidò una spedizione punitiva. Il risultato fu un vero massacro: la popolazione delle isole – circa 15.000 persone – fu sterminata quasi completamente o deportata. I pochi sopravvissuti furono ridotti in schiavitù e le isole ripopolate con coloni giavanesi e schiavi africani.
Oggi, quel genocidio è considerato uno dei primi esempi documentati di pulizia etnica per fini economici.
Un’eredità divisiva
Coen morì nel 1629 a Batavia durante un’epidemia di peste. In Olanda, per secoli fu celebrato come un eroe nazionale: un uomo d’azione che aveva consolidato il potere commerciale del Paese nei mari dell’Asia. Statue, strade, e persino scuole gli furono dedicate.
Tuttavia, dagli anni 2000 in poi, la sua figura è stata sempre più messa in discussione. A Hoorn, la sua statua è stata al centro di proteste e dibattiti pubblici, soprattutto dopo il rinnovato interesse globale per la giustizia coloniale e razziale. C’è chi ne chiede la rimozione, chi propone una contestualizzazione storica, e chi invece difende il suo ruolo nella costruzione dell’identità olandese.
E oggi?
Il caso di Jan Pieterszoon Coen rappresenta perfettamente il dilemma di molte figure storiche: come giudicare uomini del passato con gli occhi del presente? Coen fu senza dubbio un genio della logistica e del commercio, ma fu anche artefice di atrocità che oggi sarebbero considerate crimini contro l’umanità.
Fu un uomo del suo tempo: brillante, ambizioso, spietato. La sua eredità è un mix di successi e tragedie. Ricordarlo solo come un eroe o solo come un carnefice sarebbe riduttivo.
Meglio raccontarlo per quello che fu: una figura storica complessa, che ci ricorda quanto il potere – anche economico – abbia un prezzo umano.
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