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Pubblicato da Angelo Marcotti

Sabato 6 Giugno: Dove l’acqua ha scavato il cielo: Orrido della Val Taleggio e Santuario della Madonna della Cornabusa
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Dove l'acqua scava e la pietra prega

Un giorno tra l'Orrido della Val Taleggio e il Santuario della Cornabusa: due posti che non ti aspetti, a meno di un'ora da Bergamo


Ci sono posti in Bergamasca che non compaiono nei weekend di tendenza e nelle liste dei "da vedere assolutamente". Non perché siano meno belli. Perché sono stretti, freschi, un po' in ombra — e chiedono di essere cercati.

Questa giornata ne mette insieme due. La mattina entriamo in una gola dove il torrente ha scavato la roccia in modi che non sembrano possibili — pareti levigate, vasche blu, corridoi di pietra che il sole non riesce a illuminare del tutto. Il pomeriggio lo passiamo in Valle Imagna, davanti a un santuario che non è appoggiato alla montagna: è dentro. Una grotta diventata luogo di culto, con l'altare sotto la volta calcarea e le lampade votive che fanno le ombre sulle pareti. Sono due posti che in apparenza non hanno nulla in comune. Poi ci si ferma a pensarci, e ci si accorge che raccontano la stessa cosa.

L'Orrido della Val Taleggio

Si arriva in Val Taleggio seguendo una strada che si stringe man mano che si sale.

Castagni, pascoli, qualche frazione con i muri di sasso a secco. L'Orrido si apre quasi di sorpresa: il sentiero gira attorno a un costone e improvvisamente si è dentro la gola. Le pareti si alzano su entrambi i lati, il rumore dell'acqua cambia — diventa più presente, più chiuso, come se rimbalzasse. E l'aria si raffredda di qualche grado nell'arco di pochi passi.

Il torrente Enna ha fatto un lavoro lungo qui. Le vasche nella roccia calcarea sono levigate in modo quasi artificiale, di quel verde scuro che hanno le acque ferme in ombra. Ci si siede sul bordo, si tocca la parete — la pietra è bagnata, un po' viscida, fresca anche in agosto. Il gruppo inevitabilmente rallenta: c'è sempre qualcuno che si ferma a fotografare un riflesso, qualcuno che vuole capire come è fatta la roccia, qualcuno che sta semplicemente in silenzio ad ascoltare l'acqua.

Non è un posto che richiede fiato o gambe allenate. Richiede di rallentare, e di avere voglia di guardare da vicino.
Cosa mettere nello zainoScarpe chiuse con suola antiscivolo — le rocce nell'orrido sono spesso bagnate. Un maglione o un pile leggero: nella gola la temperatura è sempre più bassa di quella della valle. Acqua, qualcosa da mangiare a metà mattina. Niente di più.

Verso la Valle Imagna: il pranzo e la discesa

Nel primo pomeriggio si lascia la Val Taleggio e si scende verso la Valle Imagna. I due nomi si somigliano — le due valli no. La seconda è più larga, con borghi che hanno piazze vere e qualche ristorante che fa ancora la cucina di queste parti: polenta con formaggio di malga, casoncelli, qualche taglio di carne cotto a lungo. Non è il momento di mangiare in fretta. Il passo del pomeriggio è diverso da quello della mattina.

Poi si sale verso la Cornabusa. Il sentiero non è lungo, ma si cammina controcorrente rispetto al turista medio: niente selfie point, niente cartelli che spiegano cosa provare. Si arriva, si guarda, si capisce da soli.

Il Santuario della Madonna della Cornabusa

La prima cosa che si nota arrivando è che non sembra un santuario. Sembra un'apertura nella roccia — che è esattamente quello che è. La grotta esiste da prima che qualcuno decidesse di metterci un altare. L'umidità, l'odore di cera, la luce bassa che viene dalle lampade votive: tutto suggerisce un posto dove ci si è fermati in molti, in epoche diverse, per ragioni simili.

Gli ex voto sulle pareti sono quelli di sempre: ringraziamenti scritti a mano, fotografie ingiallite, qualche oggetto lasciato lì anni fa. Non si sa di chi siano. Non importa saperlo. Dicono che qualcuno è passato di qui con un problema e se n'è andato con qualcosa di meno sulle spalle — o almeno così ha sentito. Non serve condividere la fede per essere colpiti da questo. Serve solo stare fermi un momento e non avere fretta di ripartire.

Angelo Roncalli — diventato Papa Giovanni XXIII nel 1958 — era di Sotto il Monte, a pochi chilometri. Tornava qui spesso. Un uomo che aveva attraversato mezzo Novecento, e che continuava a venire in questa grotta.

Il legame con Papa Giovanni non è un dettaglio da citare per dare peso culturale alla visita. È una cosa concreta: lui conosceva questo posto da ragazzo, ci tornava da adulto, continuò a farlo da cardinale. Sotto il Monte è a meno di venti minuti da qui. Viene da immaginarlo sulla stessa mulattiera, nelle stesse scarpe da montagna. E viene da chiedersi cosa trovasse, ogni volta, che valesse il viaggio.

Perché venire

Non è la gita per chi conta i chilometri o vuole la fotografia sul crinale. È per chi vuole tornare a casa con la sensazione di aver visto qualcosa che non si aspettava — due posti che esistono da secoli, che non fanno pubblicità e che non ne hanno bisogno.

La mattina ci si bagna le scarpe nell'orrido. Il pomeriggio si sta in silenzio in una grotta. In mezzo c'è un pranzo, una valle che cambia, il passo un po' più lento del solito. Non è poco.


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