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Pubblicato da Angelo Marcotti

Val di Rabbi, agosto 2026 – Viaggi & Miraggi

Appena lasciamo Plazze dei Forni capisco che la salita a Monte Sole sarà meno tranquilla di quanto avevo immaginato.

Abbiamo lasciato la nostra auto al parcheggio e ci siamo sistemati sul fuoristrada che ci porterà fino alla Malga Monte Sole Alta, poco sopra i duemila metri. Paola è seduta accanto a me. Partiamo e per i primi minuti guardiamo il bosco senza farci troppe domande.

Poi finisce l'asfalto.

Le ruote entrano sullo sterrato e la strada comincia a salire sul serio.

È stretta, molto più di quanto mi aspettassi. In parecchi punti c'è posto per un solo veicolo e il margine fra le ruote e il bordo della carreggiata non invita alle distrazioni. Ogni tanto compare uno slargo, ma sono brevi parentesi. Subito dopo la strada torna a stringersi.

Guardo davanti.

«E se ne arriva uno dall'altra parte?»

Paola si volta verso di me.

«Me lo stavo chiedendo anch'io.»

Il conducente, fortunatamente, sembra avere pensieri molto diversi dai nostri. Conosce questa strada. Lo si capisce da come affronta i tornanti, da dove rallenta, dal punto preciso in cui allarga prima di una curva.

Decido che è meglio affidarsi alla sua esperienza.

Tornante dopo tornante

Il bosco ci inghiotte quasi subito.

La forestale prende quota con una successione di curve strette, alcune davvero secche. Il fuoristrada rallenta, allarga fin dove può, gira e riprende a salire.

Poi ricomincia.

Sterzo, ghiaia, motore.

Altro tornante.

A tratti il fondo è abbastanza regolare, in altri le ruote incontrano pietre e avvallamenti e veniamo sballottati sui sedili. Nulla di eccezionale per un fuoristrada, naturalmente, ma abbastanza per ricordarci che non stiamo percorrendo una normale strada di montagna.

Siamo su una forestale.

E la differenza si sente.

Dalla parte a monte abbiamo alberi, terra, rocce e radici. Dall'altra, in alcuni tratti, il versante scende rapidamente verso la valle.

Paola guarda fuori dal finestrino.

Poi torna a guardare davanti.

«Qui è meglio non incontrare nessuno.»

In effetti.

Una strada per uno

Più saliamo e più mi rendo conto che la larghezza della carreggiata è forse l'aspetto che impressiona maggiormente.

Non tanto la pendenza.

Nemmeno lo sterrato.

È quella sensazione di percorrere una strada costruita prendendo alla montagna soltanto lo spazio indispensabile.

Un'automobile passa.

Due, quasi mai.

Ogni tanto troviamo una piazzola o un allargamento della carreggiata e inevitabilmente penso che, se qualcuno dovesse scendere, sarebbe meglio incontrarlo proprio lì.

Naturalmente non arriva nessuno.

Così continuiamo.

Il fuoristrada procede lentamente e la strada si avvolge sul fianco della montagna. Perdiamo presto ogni riferimento con il punto dal quale siamo partiti.

Plazze dei Forni ormai è là sotto, nascosta dagli alberi.

Ogni tanto si apre una finestra

Il bosco, per buona parte della salita, concede poco.

Abeti, larici, qualche radura. Poi ancora alberi.

Ma basta una curva perché improvvisamente tutto cambi.

Per pochi secondi, fra i tronchi, compare la Val di Rabbi.

È già molto più in basso.

La vediamo infilarsi fra le montagne, verde e stretta, con il fondovalle che da quassù sembra lontanissimo. Cerco qualche punto conosciuto, ma il fuoristrada continua a muoversi e dopo pochi metri gli alberi tornano a chiudere la visuale.

Mi giro indietro.

Troppo tardi.

«Hai visto?»

Paola annuisce.

Al tornante successivo il panorama ricompare da un'altra angolazione.

Questa volta siamo pronti.

È uno degli aspetti più belli della salita. Non esiste un vero punto panoramico nel quale fermarsi e contemplare comodamente la valle. Il paesaggio arriva a sprazzi.

Bisogna prenderlo quando viene.

Nel cuore del Parco

Siamo nel territorio del Parco Nazionale dello Stelvio e, salendo verso Monte Sole, la Val di Rabbi mostra un volto diverso da quello che abbiamo conosciuto nei giorni scorsi.

Laggiù ci sono i luoghi più frequentati, i sentieri conosciuti, le cascate, i ponti, le passeggiate lungo il torrente.

Quassù domina il bosco.

E soprattutto diminuiscono i segni della presenza umana.

Per lunghi tratti incontriamo soltanto la strada davanti a noi.

Il rumore delle gomme sulla ghiaia.

Il motore che cambia tono quando la pendenza aumenta.

Qualche raggio di sole che attraversa gli alberi.

E i tornanti.

Sempre loro.

Ho smesso da tempo di contarli.

Monte Sole Bassa

A un certo punto raggiungiamo la zona della Malga Monte Sole Bassa, attorno ai 1.750 metri.

È quasi una frontiera.

Da qui in avanti il paesaggio comincia lentamente ad aprirsi. Gli alberi diventano meno fitti, entra più luce e oltre il bosco iniziano a comparire le montagne.

Continuiamo a salire.

La strada rimane stretta e sterrata, ma adesso ogni curva sembra portarci verso uno spazio più grande.

Abbassiamo per un momento il finestrino.

Entra aria fresca.

Quella che a valle è una giornata d'agosto, quassù comincia ad avere un'altra temperatura.

Anche il panorama cambia.

Non guardiamo più soltanto verso il basso.

Adesso guardiamo davanti.

Gli ultimi tornanti

Siamo ormai vicini ai duemila metri.

Il bosco arretra.

Compaiono i prati.

La luce, dopo tanta strada fra gli alberi, sembra improvvisamente più forte.

Affrontiamo ancora qualche curva. Ormai persino io ho imparato il piccolo rituale: il fuoristrada rallenta, si porta verso l'esterno, gira quasi completamente su se stesso e riprende la salita.

Poi arriva un ultimo tratto.

Una curva.

E davanti a noi il paesaggio si spalanca.

La Malga Monte Sole Alta compare sul grande pianoro erboso, a circa 2.050 metri di quota, nella Val Cércen.

Siamo arrivati.

Il fuoristrada percorre gli ultimi metri e si ferma.

Il motore si spegne.

Per qualche secondo nessuno dice niente.

Dopo il rumore della salita sento soprattutto il silenzio.

Scendo.

Paola fa lo stesso.

La prima cosa che faccio, quasi istintivamente, è voltarmi verso il punto dal quale siamo arrivati.

La strada non si vede più.

È rimasta nascosta là sotto, nel bosco, insieme ai suoi tornanti.

Davanti a noi, invece, ci sono prati, montagne e un cielo enorme.

Recuperiamo gli zaini.

Paola mi guarda.

«E adesso?»

Adesso comincia un'altra storia.

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