Val di Rabbi, una giornata nel piccolo Canada delle Alpi
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Scendo dal pullman a Còler e il freddo mi arriva addosso prima ancora che riesca a mettere piede a terra per bene. Non è il freddo secco che si prende in quota, quello che taglia la faccia e basta. È un'umidità che sale dal torrente e si ferma tra gli abeti, come se il bosco l'avesse trattenuta apposta per me. La respiro. Dopo ore di finestrino, di sedili stretti, di conversazioni a metà, quell'aria mi entra nei polmoni e finalmente capisco di essere arrivato da qualche parte.
Stringo gli scarponi. Mi carico lo zaino sulle spalle e resto un attimo fermo, a guardarmi intorno. Le montagne mi chiudono da ogni lato, come pareti di una stanza troppo grande per avere un soffitto. Gli abeti scendono fitti fin quasi a toccare l'acqua, e da dietro quel muro verde-nero sento il Rabbies. Non lo vedo ancora. Lo sento soltanto, un brontolio continuo che mi accompagnerà, lo scoprirò più tardi, per tutta la giornata, come un battito che non si ferma mai.
Parto. Bastano pochi passi e il bosco si richiude alle mie spalle, mi inghiotte.
Mi aggrego ad un gruppetto. All'inizio parlo. Chiedo quanto manca, come tutti quelli che si mettono in cammino per la prima volta in una giornata, scherzo sulla salita con chi mi cammina accanto, mi fermo a fotografare un tronco spezzato senza sapere ancora perché.
Poi il sentiero comincia a salire davvero, e le parole si diradano da sole. Non decido io di stare zitto. È il fiato che si fa corto e mi impone il silenzio, ed è in quel silenzio che comincio finalmente ad ascoltare quello che mi sta intorno.
Gli scarponi che affondano nella terra scura. Il vento che si infila tra le cime degli abeti e le fa vibrare come corde. E poi l'acqua. Soprattutto l'acqua.
Il Rabbies compare e scompare tra gli alberi, capriccioso. In certi punti si fa vicino al sentiero, bianco di schiuma, stretto tra massi grandi come automobili, levigati da chissà quanti inverni. Un istante dopo sparisce di nuovo dentro il bosco, ma io continuo a sentirlo, e mi accorgo, quasi con stupore, che sto camminando dietro al suo rumore, come se fosse lui a guidarmi e non il sentiero.
Il verde scuro delle conifere mi avvolge da ogni parte. Tronchi enormi, radici che escono dalla terra come nervi scoperti, rocce coperte di muschio così fitto che sembra pelliccia. Dove il sole riesce a bucare i rami, illumina soltanto piccoli pezzi di terreno, ritagli di luce che sembrano posati lì apposta, e ogni volta che ci passo dentro sento il calore addosso per un secondo, poi torno nell'ombra.
È lì, in uno di quei tratti d'ombra, che mi torna in mente il Canada. Non so dire il momento esatto in cui è successo. Forse un documentario visto anni fa, una foresta della British Columbia, un torrente delle Rockies scorto in un fotogramma e mai più dimenticato del tutto. Mi fermo un istante, davanti a quell'acqua bianca, a quelle rocce, a quegli abeti che salgono dritti verso il cielo, e mi manca solo un orso per completare l'immagine. Meglio di no, penso, e rido da solo, piano, mentre riprendo a camminare.
Il bosco si apre all'improvviso, e con lui si apre anche il petto. La luce cambia di colpo, come se qualcuno avesse alzato una tenda. Dopo tanto verde scuro i prati mi sembrano quasi accecanti, e la malga appare davanti a me circondata dai pascoli, con le montagne che le fanno da cornice su tutti i lati.
Mi tolgo lo zaino e sento le spalle liberarsi di un peso che, alla partenza, sembrava niente, e che in un'ora è misteriosamente raddoppiato. Bevo. Mi siedo sull'erba umida, senza pensarci, e resto fermo a guardare.
Quassù mi si stringe qualcosa dentro, un pensiero che arriva senza essere cercato: quanto è fragile la presenza dell'uomo in questo posto. Una malga, un sentiero segnato, qualche escursionista come me. Tutto il resto appartiene alla montagna, e appartiene da sempre. Penso a chi ha portato gli animali su questi pascoli per generazioni, alle estati passate quassù quando salire in Val di Rabbi non era una gita della domenica ma lavoro vero, fatica vera, vita vera.
Poi un rumore mi arriva da più in alto. Un rombo basso, continuo, diverso da quello del Rabbies. Le Cascate di Saènt sono ancora nascoste dal bosco, ma so già, prima ancora di vederle, che sono vicine. Mi rimetto lo zaino sulle spalle con un'urgenza improvvisa.
La cascata si annuncia molto prima di mostrarsi. Ad ogni curva il rumore cresce, mi si allarga dentro le orecchie, e io cerco l'acqua tra gli alberi senza trovarla. Ancora niente. Continuo a salire. Poi, tra i rami, intravedo qualcosa di bianco, un lampo, e il cuore mi si stringe per l'attesa.
Eccola.
Il Saènt precipita tra le rocce con una forza che nessuna fotografia potrà mai raccontare per intero. Resto fermo, e per un momento smetto quasi di sentire le persone intorno a me. C'è soltanto l'acqua. Scende, esplode contro la pietra, si divide in mille rivoli bianchi, torna a riunirsi, precipita ancora, in un movimento che non si ferma mai e che sembra non essersi mai fermato, da prima che esistesse chiunque a guardarlo.
Mi avvicino. L'aria si fa fredda e umida contro la pelle, minuscole gocce mi arrivano sul viso, sulle labbra, e ne sento il sapore di roccia e di neve sciolta. Qualcuno accanto a me fotografa. Prendo anch'io il telefono, scatto una foto, poi un'altra. Alla terza mi fermo, e mi rendo conto di quello che sto facendo: sto cercando di portarmi via qualcosa che non si può portare via.
La fotografia mi conserverà la forma della cascata. Non mi conserverà questo fragore che mi riempie il petto. Non mi conserverà l'odore della roccia bagnata, l'acqua fredda che mi cola sul collo, il tremore che sento nelle gambe senza sapere se sia stanchezza o altro. Non mi conserverà quello che provo adesso, in questo preciso istante, che tra un'ora sarà già diverso.
Rimetto via il telefono. E guardo. Soltanto questo. Guardo, con gli occhi spalancati come non mi capitava da tempo, finché non mi bruciano un poco per il vento.
Davanti a una cascata di montagna mi succede sempre la stessa cosa. Mi sento piccolo. Terribilmente piccolo, in un modo che in città non provo mai, nemmeno davanti ai palazzi più alti.
Il Saènt scendeva da queste montagne molto prima che io nascessi. Continuerà a scendere quando sarò tornato a casa, quando avrò dimenticato i dettagli di questa giornata, quando di me non resterà più nessuno a ricordarla. Dovrebbe essere un pensiero triste, e invece mi alleggerisce, mi toglie un peso che non sapevo di portare. Per qualche minuto non devo essere importante per nessuno. Non devo decidere niente. Non devo rispondere a niente. Posso restare qui, fermo, davanti all'acqua, e basta, e sentire che questo basta davvero.
Riprendo a salire. Il bosco cambia lentamente intorno a me: gli alberi si diradano, la luce aumenta, le montagne che fino a poco prima intravedevo solo tra i rami mi si mostrano intere, senza più schermi.
Supero il tratto delle cascate, e la Val di Rabbi mi coglie di sorpresa un'altra volta. Davanti a me si apre la Val di Saènt, e mi fermo di nuovo, senza volerlo. Un grande prato alpino attraversato dal torrente, larici sparsi come pennellate, rocce, montagne, un cielo così largo che quasi fa girare la testa. Poco altro.
Il Rabbies serpeggia nell'erba disegnando curve che luccicano al sole, quasi placido, lontano com'è dall'acqua furiosa che ho appena visto precipitare tra le rocce più in basso. Guardo verso il fondo della valle, e il paragone che mi era venuto in mente nel bosco torna con più forza di prima. Canada. Ma questa volta non penso a una fotografia vista chissà dove. Penso a un'idea, a quella sensazione di spazio sconfinato che ho sempre associato alle grandi vallate del Nord America, e che invece sto respirando qui, adesso, senza aver attraversato nessun oceano. So benissimo dove mi trovo. Sono in Trentino, nel Parco Nazionale dello Stelvio. E forse è proprio per questo che la sensazione mi sorprende ancora di più: sono partito dalla pianura poche ore fa, e adesso sono qui, in mezzo a questo.
Mi fermo. Poso lo zaino, mi siedo sull'erba e sento subito l'umidità della terra attraverso i pantaloni. Il pranzo è quello semplice di ogni escursione, un panino, un po' di frutta, l'acqua della borraccia ormai tiepida. Ma, mangiare quassù, cambia il sapore di tutto, non so spiegare perché.
Davanti a me il torrente continua a scorrere, indifferente a noi. Qualcuno chiacchiera poco più in là, qualcuno si allontana per fare due passi. Io resto seduto, e per un tempo che non so misurare non faccio nulla. È una sensazione a cui non sono più abituato: non guardare lo schermo, non controllare l'ora, non pensare a cosa viene dopo. Solo stare, con il vento che muove l'erba intorno a me, le nuvole che cambiano forma lentissimamente sopra le montagne, l'acqua che continua il suo viaggio verso valle senza fretta e senza sosta. Mi viene da pensare che il lusso più grande che la montagna sa ancora regalarmi sia proprio questo: restituirmi il tempo che in pianura mi sembra sempre di rincorrere.
Prima o poi qualcuno pronuncia la frase che nessuno vorrebbe sentire. «È ora di scendere.» Guardo l'orologio, e ha ragione, certo che ha ragione, ma per un attimo vorrei fingere di non aver sentito.
Rimetto tutto nello zaino, mi alzo, e prima di incamminarmi mi volto verso l'alta valle. Provo a fissarla nella memoria, a incidermela dentro come si fa con le cose che si sa già di non poter trattenere del tutto. Le fotografie non basteranno, lo so già.
Comincio la discesa. Rivedo le cascate dall'alto, più piccole ora, quasi domestiche. Torno nel bosco, e Malga Stablasolo riappare tra i prati come un vecchio conoscente. Il Rabbies torna a correre accanto al sentiero, fedele. Ora però cammino diverso da come sono salito. Forse è solo la stanchezza, le gambe che cominciano a farsi sentire, gli scarponi che sembrano essersi appesantiti da soli, e a ogni passo ho la sensazione che la montagna si allontani da me più in fretta di quanto io mi allontani da lei.
Quando arrivo di nuovo a Còler mi tolgo lo zaino e sento le gambe protestare, gli scarponi sporchi di terra e di acqua, la borraccia quasi vuota tra le mani. Mi volto verso le montagne.
Poche ore prima le guardavo chiedendomi cosa avrei trovato là dentro. Adesso conosco il bosco che le avvolge. Conosco Malga Stablasolo e i pascoli intorno. Conosco il rumore del Saènt, che mi porto ancora dentro il petto. Conosco quella valle verde che si apre sopra le cascate come un segreto che pochi vanno a cercare.
E capisco, finalmente, che chiamare la Val di Rabbi il piccolo Canada delle Alpi non significa volerla trasformare in qualcos'altro. La Val di Rabbi non ha bisogno di somigliare al Canada. Ha una voce sua, un odore suo, una luce sua, che nessun paragone potrà mai davvero contenere. Il Canada è stato solo l'immagine che mi è venuta in mente camminando tra quegli abeti, ascoltando l'acqua correre tra le rocce: forse abbiamo bisogno di andare lontanissimo, almeno con l'immaginazione, per riconoscere quello che avevamo vicino da sempre.
Salgo sul pullman, mi lascio cadere sul sedile. Fuori dal finestrino il bosco comincia a scorrere all'indietro, sempre più veloce, poi ricompaiono le case, la strada si allarga, la valle si apre. Il telefono torna a prendere campo, e con lui arrivano messaggi, notifiche, chiamate perse: il mondo ricomincia esattamente dal punto in cui l'avevo lasciato, come se non si fosse accorto della mia assenza.
Guardo ancora una volta verso le montagne, finché riesco a vederle. E per qualche secondo, chiudendo gli occhi, sento soltanto una cosa. Il rumore dell'acqua.
Il Saènt è rimasto lassù. Ma qualcosa di quel fragore, lo sento ancora adesso, è sceso a valle insieme a me.
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