Val di Rabbi a piedi nudi. Una giornata con Paola nel cuore verde del Parco Nazionale dello Stelvio
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Non avevamo programmato di camminare a piedi nudi.
Anzi, questa mattina Paola e io avevamo fatto esattamente quello che facciamo sempre prima di partire per un'escursione: controllato gli scarponi, sistemato gli zaini, preso l'acqua e verificato di non aver dimenticato nulla. In montagna siamo abitudinari. Scarpe buone, passo tranquillo e nessuna fretta.
Poi, nelle vicinanze del Fontanin, ci siamo trovati davanti a un cartello.
«Percorso a piedi nudi – Park Therapy».
Mi sono fermato a leggerlo. Cinquecento metri, una mezz'ora circa di cammino !!! Occorre togliersi scarpe e calze e percorrere il tracciato passando sopra materiali diversi: erba, muschio, pietre levigate, pigne di abete, tronchi e acqua di sorgente.
Paola mi ha guardato.
«Lo facciamo?»
In questi casi la domanda è puramente formale.
Pochi minuti dopo eravamo scalzi.
E devo ammettere che i primi passi sono stati piuttosto buffi.
Quando si è abituati da una vita a camminare con le scarpe, mettere un piede nudo sopra un sentiero di montagna provoca una certa diffidenza. Si cerca il punto migliore dove appoggiarlo, si controlla quello successivo e si procede con la cautela di chi teme di trovare chissà cosa.
Poi ci si abitua.
O, forse, sarebbe più giusto dire che i piedi si ricordano.
Il primo tratto è piacevole. L'erba è fresca e il terreno morbido. Si cammina senza difficoltà e cominciamo quasi a pensare che sarà una passeggiata.
Naturalmente dura poco.
Arrivano le pietre.
Sono ciottoli di fiume, levigati, ma sotto la pianta del piede si fanno sentire, eccome. Paola procede davanti e io la seguo cercando di non dare troppa soddisfazione ai sassi.
«Come va?»
«Benissimo.»
Non è del tutto vero.
Dopo qualche metro, però, succede qualcosa. Smetto di pensare al fastidio e comincio a distinguere le superfici.
La pietra liscia non è uguale al legno. Il legno non assomiglia alla terra. Il muschio trattiene l'umidità e restituisce una sensazione completamente diversa dall'erba scaldata dal sole.
Sono cose elementari, naturalmente.
Eppure non ci facciamo più caso.
Le scarpe ci proteggono, ed è giusto che sia così, soprattutto in montagna. Ma ci isolano anche dal terreno sul quale stiamo camminando.
Qui quella piccola barriera non c'è più.
Poi arriva l'acqua.
Paola entra per prima.
Fa due passi e si gira immediatamente.
«Preparati.»
Metto un piede dentro.
Fredda.
Il secondo.
Freddissima.
L'acqua di sorgente non fa sconti.
Ridiamo e continuiamo.
Prima di iniziare avevo letto con una certa curiosità le spiegazioni riportate sul pannello del Parco Nazionale dello Stelvio.
La camminata a piedi nudi viene proposta come esperienza di benessere. Secondo le indicazioni del percorso può favorire la circolazione, stimolare piedi e dita, aiutare equilibrio e postura e contribuire a una sensazione generale di rilassamento.
Non ho competenze per trasformare una passeggiata nel bosco in una prescrizione medica e non mi interessa farlo.
Posso però raccontare quello che succede a noi.
Camminiamo più lentamente.
Molto più lentamente.
Non guardiamo più soltanto davanti. Guardiamo dove mettiamo i piedi, naturalmente, ma proprio per questo cominciamo a notare particolari ai quali poco prima non prestavamo attenzione.
Una radice che attraversa il sentiero.
L'acqua che scorre tra due pietre.
Il profumo della resina.
Una zona di muschio particolarmente fitto.
Il rumore degli alberi quando passa un po' di vento.
È mezz'ora trascorsa senza fare praticamente nulla, se non camminare.
E ci piace.
Il pannello parla anche di Shinrin-Yoku, espressione giapponese che viene tradotta abitualmente con forest bathing, bagno nella foresta.
Il principio, almeno per come lo capisco io, è semplice: stare nel bosco senza considerarlo soltanto lo scenario di un'escursione. Fermarsi, respirare, ascoltare, osservare.
Qui in Val di Rabbi viene quasi spontaneo.
Siamo nel settore trentino del Parco Nazionale dello Stelvio, in una valle che conserva ancora un carattere alpino molto forte. Basta allontanarsi un poco dalle zone più frequentate e il bosco prende il sopravvento.
Abeti e larici accompagnano buona parte dei sentieri. Nei punti più umidi il sottobosco diventa fitto, il verde assume tonalità diverse e l'acqua compare continuamente.
La Val di Rabbi, del resto, è una valle d'acqua.
C'è quella che scende dai versanti.
Quella che corre nei ruscelli.
Quella delle sorgenti.
Quella del Rabbies.
Alla fine dei cinquecento metri recuperiamo scarpe e calze.
I piedi sono sporchi.
Anche un po' arrossati.
Paola sembra soddisfatta.
Io pure.
Rimetto le calze e infilo gli scarponi. Per qualche secondo provo una sensazione curiosa: dopo mezz'ora passata a sentire ogni centimetro del terreno, la scarpa sembra enorme.
Poi stringo i lacci e tutto torna normale.
Riprendiamo il nostro cammino.
Durante la giornata vedremo posti sicuramente più spettacolari. Le cascate, i boschi, le montagne, i prati della Val di Rabbi hanno ben altra imponenza rispetto a un percorso di cinquecento metri.
Eppure, tornando al maso, ripenso a quella mezz'ora.
Forse perché è stata la parte meno prevista della giornata.
Forse perché abbiamo riso.
O forse perché per una volta non abbiamo attraversato il bosco pensando a dove dovevamo arrivare.
Eravamo semplicemente lì.
Paola davanti.
Io qualche passo dietro.
Due paia di scarponi lasciati all'inizio del percorso.
E sotto i piedi la Val di Rabbi.
Angelo
Viaggi & Miraggi
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