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Pubblicato da Angelo Marcotti

Il lago dietro gli alberi. Cinque cose che non ho fotografato al Lago dei Caprioli, sopra Pellizzano, in Val di Sole
Val di Sole · Trentino
Il lago
dietro gli alberi

Cinque cose che non ho fotografato al Lago dei Caprioli, sopra Pellizzano, in Val di Sole

Diario di camminoSola andata: ca. 2hQuota lago: 1.982 m

01Non fotografo la curva prima di Fazzon

Abbasso il finestrino un attimo prima della curva, non dopo, e l'aria di Pellizzano — che sapeva ancora di paese, di brioche e di gasolio — lascia il posto a qualcos'altro: più fredda, con dentro la resina e un fondo di terra bagnata che arriva tutto insieme, come una porta aperta all'improvviso. Potrei fermarmi e fare una foto a questo preciso momento. Non lo faccio: primo, perché sto guidando; secondo, perché certe cose, appena le fotografi, smettono immediatamente di essere quello che erano un secondo prima.

Rallento sui tornanti. Il fiume, a tratti, si intuisce tra i muretti a secco, poi sparisce di nuovo dietro la vegetazione. Nello specchietto la valle si restringe a ogni curva, finché a un certo punto smette proprio di esserci: solo bosco, davanti e ai lati, e una piccola edicola votiva con un mazzo di fiori finti scoloriti dal sole, che passo troppo in fretta per leggere a chi sia dedicata.

A Fazzon parcheggio vicino a un fienile. Appoggio lo zaino sul cofano e tiro fuori la roba: il panino, la mela, la borraccia, e poi, inutile, una giacca a vento pesante che avevo preso pensando a un temporale annunciato ieri e che oggi, cielo alla mano, non arriverà mai. La rimetto dentro comunque. Non si sa mai, mi dico, sapendo benissimo che non è vero.

02Non fotografo l'acqua che non vedo ancora

Il sentiero comincia dietro il fienile, segnato da una vernice bianca e rossa già un po' sbiadita su un tronco. Cammino svelto per un tratto, come se qualcuno mi stesse cronometrando, poi rallento senza deciderlo — il corpo trova da solo la misura giusta, molto prima della testa.

C'è un momento, in ogni escursione lungo un torrente, in cui lo si sente prima di vederlo: un fondo continuo che cresce piano tra gli alberi. Non è un'illusione mia, è semplicemente come funziona il suono in un bosco fitto — arriva molto prima della vista, e quando l'acqua finalmente compare tra le rocce è quasi sempre più piccola di quanto il rumore avesse promesso. Non lo fotografo perché non c'è niente da fotografare: solo un rumore che diventa, gradualmente, anche un'immagine.

Uno schiocco secco tra i rami, poco più avanti, mi ferma di colpo. Penso subito a un orso — in Val di Sole ne ho letto troppe volte sui giornali — e resto immobile un attimo più del necessario. È un ramo caduto, ancora oscillante. Mi guardo intorno per controllare che nessuno abbia assistito alla scena, pur essendo completamente solo, e questo mi fa ridere più della paura stessa.

Un uomo scende con un cane senza guinzaglio davanti a lui. Rallentiamo entrambi, il tanto che basta per non doverci fermare davvero.

Il cane non si volta nemmeno a guardarmi. Proseguo con quella misura in testa — un'oretta buona — che userò, come sempre faccio, per controllare ogni dieci minuti quanto ci metto davvero.

03Non fotografo Malga Bassa

Il bosco si interrompe senza preavviso, dopo una curva identica alle venti che l'hanno preceduta. Il prato si apre in pendenza, le baite hanno il tetto in scandole grigie di anni di neve, e il sole — che nel bosco filtrava a schegge — qui arriva intero, quasi eccessivo dopo un'ora d'ombra.

Potrei fotografare le baite, la luce netta, il contrasto con il verde scuro alle spalle: viene naturale, è il genere di immagine che funziona sempre. Ma mi siedo invece su un muretto a secco vicino a un abbeveratoio vuoto, bevo un sorso lungo di acqua ormai tiepida, e guardando le porte chiuse penso a chi ci ha passato le estati per generazioni — non con enfasi, è un pensiero che arriva da solo osservando il luogo: la mungitura due volte al giorno, il fieno da portare giù prima che il tempo cambiasse, gli inverni che qui arrivavano presto e se ne andavano tardi. Niente di romantico, se ci penso con onestà. Solo lavoro ripetuto, stagione dopo stagione, in un posto che oggi attraverso io, con lo zaino leggero e una giacca inutile dentro, per il solo gusto di farlo. Una fotografia non avrebbe reso niente di tutto questo — solo un tetto, un prato, un cielo azzurro.

04Non fotografo il lago, quasi

Dopo la malga il sentiero rientra nel bosco per un tratto più lungo del previsto, e proprio quando comincio a chiedermi se ho sbagliato qualcosa, tra due tronchi vedo un colore che nel bosco non c'era fino a un attimo prima: un verde fermo, diverso da quello vivo delle foglie. Continuo a camminare, e quel colore diventa un riflesso spezzato, poi una lingua d'acqua, poi — dopo un ultimo tratto in leggera discesa — il lago intero, tutto insieme.

Mi fermo sul sentiero, senza scendere subito verso la riva. L'acqua è verde scura al centro, quasi opaca, e più chiara vicino alla sponda, dove si intravede il fondo di sassi. Gli abeti dell'altra riva si specchiano capovolti, spezzati appena da un'increspatura così lieve da sembrare ferma. Non è un lago che colpisce a prima vista. È piccolo, chiuso, quasi timido — e forse è proprio per questo che mi sembra già meno di tutti che l'hanno visto prima di me.

Qui la regola del giorno cede, una volta sola: faccio una foto, una sola, quasi per riflesso condizionato più che per convinzione. Guardo lo schermo un secondo, guardo il lago vero, e la differenza è così netta che rimetto via il telefono subito, senza nemmeno controllare come è venuta. Le altre quattro voci di questo elenco restano senza immagine. Questa, per un momento, quasi non lo è stata neanche lei.

Scendo lungo la riva cercando dove fermarmi. Ogni tratto sembra buono finché non ne vedo uno migliore cinquanta metri più avanti, e mi sposto ancora. Faccio così per un tempo francamente imbarazzante, prima di capire che potrei continuare fino a sera con questa logica. Alla fine mi fermo perché le gambe decidono per me, non la testa. Il panino è ridotto a metà del suo spessore originale, schiacciato tra il quaderno che mi porto sempre dietro e la borraccia. Mangio comunque con un gusto sproporzionato — la fame, in montagna, corregge parecchi difetti di preparazione.

· · ·

Poi resto lì, con lo zaino a terra, e il tempo comincia a passare senza che io lo controlli. Una libellula si posa su un sasso a un metro da me, resta ferma più a lungo di quanto pensassi possibile, poi riparte senza motivo apparente. Da qualche parte, sotto la superficie, un pesce risale e lascia un cerchio che si allarga fino a sparire. Una voce arriva da lontano, dall'altra sponda, poi un'altra, poi più niente — solo il vento tra gli abeti, che cambia intensità come se respirasse. Mi accorgo, senza averlo deciso, di aver smesso di aspettare che succeda qualcosa. Nessuna fotografia di questo. Non perché non ci fosse niente da vedere, ma perché non c'era niente che restasse fermo abbastanza a lungo da poter essere davvero visto — nemmeno io.

Il nome del lago mi torna in mente solo adesso. Caprioli. In tutta la mattinata non ne ho visto nemmeno uno. Mi viene da pensare che forse sono stati loro a vedere me — fermi tra gli abeti, invisibili, a osservare per qualche minuto quell'uomo seduto sulla riva che fissa l'acqua senza fare assolutamente niente, prima di allontanarsi senza il minimo rumore. Nel bosco tendiamo a crederci gli osservatori. Più spesso, forse, siamo solo ospiti che qualcun altro sta guardando.

05Non fotografo il ritorno

Riparto che il sole ha già cominciato a scendere di lato, e la luce obliqua cambia leggermente i luoghi già visti al mattino — non li rende diversi, li rende come ricordati piuttosto che vissuti. Ritrovo Malga Bassa, dove adesso due mucche brucano vicino all'abbeveratoio che prima era vuoto. Ritrovo il torrente, più rumoroso di come lo ricordavo. Ritrovo il punto esatto del ramo caduto, e rallento per un istante, per pura superstizione.

Poco prima di Fazzon incrocio di nuovo l'uomo con il cane, seduto su un masso a bere da una borraccia metallica. Alza gli occhi quando mi sente arrivare.

Non spiega la frase, e io non gliela chiedo. Riprendo a camminare con quelle tre parole che mi accompagnano senza che io sappia bene dove metterle.

A Fazzon, prima di salire in macchina, mi volto un'ultima volta verso il bosco da cui sono appena uscito. Il lago non si vede più — è di nuovo dietro gli abeti, esattamente come se non l'avessi mai visto, come se qualcuno l'avesse richiuso dietro di me un attimo dopo il mio passaggio.

Guido fino a valle senza accendere la radio. Non controllo il telefono, non perché manchi campo o perché io abbia deciso qualcosa di solenne sul silenzio: semplicemente non mi viene in mente di farlo, ed è proprio questo, forse, il segno che la giornata ha funzionato. Nello specchietto le montagne si fanno più basse a ogni curva, poi scompaiono del tutto.

Ripenso alla frase dell'uomo con il cane. Allora tornerà. È probabile che sia vero, ma non perché il Lago dei Caprioli sia il posto più bello che abbia mai visto — non lo è, e non ha nessun bisogno di esserlo per contare. È che adesso, dietro quegli alberi, esiste un posto preciso che prima non c'era, e i posti che esistono in questo modo, prima o poi, chiedono di essere ripercorsi. Di questa giornata ho una sola fotografia, sfocata per metà da un ramo. Il resto — la curva, l'acqua sentita e non vista, la malga, la libertà di non fare niente per un paio d'ore, il ritorno — mi è rimasto addosso in un modo che nessuno schermo avrebbe potuto contenere.

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