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Sabato 25 Luglio: San Terenzo, una giornata di mare nel Golfo dei Poeti

 

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La Presolana a portata di cielo: una giornata tra cabinovie, seggiovie, sentieri e panorami nel cuore delle Alpi Orobie

 

Sabato 5 Settembre, il Ceresio non perdona chi ha fretta: Villa Fogazzaro-Roi e il Borgo di Gandria
12 Settembre: Sulle orme di San Ponzo. Trekking spirituale da San Ponzo Semola alle grotte eremitiche e al Ponte Tibetano di Cecima

 

Settembre a Chioggia: un weekend dove il mare ha ancora il sapore di una volta
Firenze in un giorno, con il passo veloce della Freccia Rossa
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Avvento Mitteleuropeo, da Sabato 5 a Martedì 8 dicembre 2026: Trieste, Lubiana, Postumia, Predjama e Muggia

 

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Pubblicato da oleg

http://www.gazzettadiparma.it/mediagallery/foto/dett_articolo/1358933056142_0.JPGEccole, le mani di Dio. Calate sopra questa piazza di dannati. Così solenni, e così lontane, dure, spruzzate su sette piani a precipizio su piazza Omonia. Rasoterra l’aria è spessa, le sensazioni annebbiate: portici ingolfati di fumo, immondizia, eroina. E anche, saracinesche calate, tumefatte, nere. Vomito negli angoli. Si affoga dentro questo caldo ustionante, dentro l’ingorgo del traffico; passata la battaglia, restano i frantumi. A bruciare sull’asfalto di Exarchia, lo storico quartiere anarchico nel centro Atene.

Centri sociali, scaffali di libri, tavoli affollati. Muri tatuati con colori forti, graffiti di rabbia e di lotta. Dappertutto gridano le bombolette, contro la polizia, la politica, l’Europa. Pensiero amaro per questo Vecchio Continente - ormai blindato da politica e aritmetica – che ha indurito le sue fondamenta tra questi sassi. In questa polis illuminata in faccia al Mediterraneo. Qui è nata la democrazia, qui hanno studiato, insegnato Platone e Aristotele. Qui ha scolpito Fidia, il Partenone simbolo della città, della sua gloria, e della sua caduta. Una corona di marmo arroccata sull’Acropoli. La dedica è ad Atena, dea della sapienza, della saggezza, protettrice di questa città che sembra bruciare delle sue luci impazzite, la notte, vista da quassù. Ma anche gli dei si spogliano e s’avviliscono. A inizio ottocento, quando gran parte dei marmi del Partenone vengono smontati e spediti a Londra per mano di Thomas Bruce, settimo conte di Elgin. E a visitare oggi il nuovo museo archeologico ai piedi dell’Acropoli la mancanza del fregio e delle metope esposte al British Museum è uno iato rumoroso. S’avverte di più dentro queste stanze regolari, d’un silenzio bianco e minerale. Ma niente da fare, ad Atene cantastorie è la strada.

Dai vicoli candidi e svenduti di Plaka, dove però ci trovi ancora i robivecchi con i trentatré giri, atlanti macchiati, videocassette porno; camminando in su, verso piazza Syntagma, l’ampio slargo che si apre di fronte al parlamento greco. Che quando la città s’incendia, si scanna, in questa guerra tra poveri - chi manifesta, chi porta scudo e divisa - questo è lo stadio, il campo di battaglia. Volano sassi, bombe, una società in caduta. Lacerata e asciutta, ormai, dopo i fasti falsi degli anni zero culminati con l’organizzazione delle Olimpiadi nel duemilaquattro. Corruzione, evasione, clientelismo hanno sventrato un Paese. Hanno infiammato l’angoscia del disastro che si avverte nella sua grande capitale. Serve allontanarsi, salire in alto al Liccabetto – collina che domina il centro d’Atene – per provarne netta l’intensità, sapendo di tutte le disgrazie e le miserie di sotto. Quante persone stanno dormendo? Quante morendo? Luci s’accendono, si spengono, incontrollate.

La contemporaneità è la prima questione forte di una città vista dall’alto. Questi trecentosessanta gradi danno le vertigini. Poi un vagone riporta con i piedi per terra. A rincorrere l’arancione dei lampioni, per oltrepassare Gazi, quartiere dei locali dominato dalle ciminiere di una centrale dismessa. Un’ultima rincorsa prima di dormire: davanti a questi palazzi così eleganti, alle tavole chiassose, klaxon e avanzi di templi. Un poliziotto rigido all’angolo della strada. Passo senza guardare, ma cosa sono questi muri, questa storia? Poca cosa, più di tutto è la gente che si ricorda: i nomi, gli occhi, i capelli inchiostro delle ragazze, la barba bianca di un anziano portiere.

Intensi e sanguinei i greci, ricordano la poesia di Yorgos Markopoulos, ateniese, che della capitale ci dice il suo porto: «Salve Pireo, tu e il tuo grasso, il tuo olio, i tuoi vagoni/... /tu e la tua povertà, le puttane, i magazzini d’uva secca/... /Ecco le madri dell’equipaggio della nave naufragata/ davanti agli uffici della compagnia/chiusi». Tutta violenza che ha del sublime, del malinconico, senso impercepibile per chi passa diretto alle sue isole asciutte. A quelli che cercano il mare il porto non dice niente. È roba di terra questo posto, questo cemento, queste navi strette alla banchina. Venditori ambulanti che hanno rovesciato la loro merce contraffatta su lenzuola. Hanno attraversato mezzo mondo per arrivare qui, in una metropoli dove accalcarsi ai margini. Perseguitati dalle ronde dei nuovi nazisti, bastonati, a soffocare sotto i camion, sono questi «i lavoratori pachistani/vestiti della loro solitudine sulle panchine» che affollano i versi del poeta. Li trovi al Pireo. Perché, volendolo o no, qui comincia l’Europa. Qui finisce.  
Fonte: www.gazzettadiparma.it

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